Citazione della settimana...


"LA MORTE È LA GRAZIA DELLE GRAZIE E IL CORONAMENTO DELLA
VITA CRISTIANA. ESSA NON È UNA FINE, COME TROPPI ANCORA PENSANO, MA L'INIZIO DI
UNA BELLA RINASCITA".

- Marthe Robin -

"NON ABBIATE PAURA DELLA GIOIA".

- Papa Francesco -



SIGNORE GESU' SONO QUI DAVANTI A TE

Signore Gesù, sono davanti a te con tutte le mie miserie. So che non mi respingerai perché tu mi ami così come sono. Mi dolgo e mi pento con tutto il cuore dei miei peccati: ti prego perdonami! Nel tuo Nome perdono tutte le persone per quanto hanno fatto contro di me. Rinuncio a Satana, a tutti gli spiriti maligni ed alle loro opere e seduzioni. Ti dono tutto il mio essere, o Signore Gesù, ora e sempre. Ti invito nella mia vita, o Gesù; ti accetto come Signore, Dio e Salvatore. Guariscimi, trasformami, rafforza il mio corpo, la mia anima ed il mio spirito. Vieni Signore Gesù, immergimi nel tuo Preziosissimo Sangue e riempimi del tuo Santo Spirito. Ti Amo, Signore Gesù. Ti lodo, Gesù. Ti ringrazio. Ti seguirò per tutti i giorni della mia vita. Aiutami a non voltarmi mai indietro. A non desiderare nient'altro che te. Fammi sentire il tepore del tuo amore e la potenza del tuo Santo Corpo. Rendimi cosciente della grandezza del tuo donarti a me, misera creatura. Illumina la mia mente e il mio cuore. Irrompi con la tua luce l'intensità delle tenebre che offuscano la mia vita. Rendimi la gioia di essere salvato affinché possa vivere con te per sempre in paradiso.
Maria, mia dolce Madre, Regina della Pace, Angeli e Santi, aiutatemi, ve ne prego. Amen, Alleluia, Amen.
- Fr. Peter Mary Rookey -


IL SILENZIO

Il silenzio è mitezza. Quando non rispondi alle offese, quando non reclami i tuoi diritti, quando lasci a Dio la difesa del tuo onore, il silenzio è mitezza.
Il silenzio è misericordia. Quando non riveli le colpe dei fratelli, quando perdoni senza indagare nel passato, quando non condanni, ma intercedi nell'intimo, il silenzio è misericordia.
Il silenzio è pazienza. Quando soffri senza lamentarti, quando non cerchi consolazione dagli uomini, quando non intervieni, ma attendi che il seme germogli lentamente, il silenzio è pazienza.

Il silenzio è umiltà. Quando taci per lasciare
emergere i fratelli, quando celi nel riserbo i doni di Dio, quando lasci che il tuo agire sia interpretato male, quando lasci agli altri la gloria dell'impresa, il silenzio è umiltà.
Il silenzio è fede. Quando taci, perchè è LUI che agisce, quando rinunci ai suoni, alle voci del mondo per stare alla Sua presenza, quando non cerchi comprensione, perchè ti basta essere conosciuto da Lui, il silenzio è fede.


sabato 6 aprile 2013

2° Domenica di Pasqua - Festa della Divina Misericordia

 
La festa
E' la più importante di tutte le forme di devozione alla Divina Misericordia. Gesù parlò per la prima volta del desiderio di istituire questa festa a suor Faustina a Płock nel 1931, quando le trasmetteva la sua volontà per quanto riguardava il quadro: "Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l'immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia" (Q. I, p. 27). Negli anni successivi - secondo gli studi di don I. Rozycki - Gesù è ritornato a fare questa richiesta addirittura in 14 apparizioni definendo con precisione il giorno della festa nel calendario liturgico della Chiesa, la causa e lo scopo della sua istituzione, il modo di prepararla e di celebrarla come pure le grazie ad essa legate.
La scelta della prima domenica dopo Pasqua ha un suo profondo senso teologico: indica lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia, cosa che ha notato anche suor Faustina: "Ora vedo che l'opera della Redenzione è collegata con l'opera della Misericordia richiesta dal Signore" (Q. I, p. 46). Questo legame è sottolineato ulteriormente dalla novena che precede la festa e che inizia il Venerdì Santo.
Gesù ha spiegato la ragione per cui ha chiesto l'istituzione della festa: "Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione (...). Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre" (Q. II, p. 345).
La preparazione alla festa deve essere una novena, che consiste nella recita, cominciando dal Venerdì Santo, della coroncina alla Divina Misericordia. Questa novena è stata desiderata da Gesù ed Egli ha detto a proposito di essa che "elargirà grazie di ogni genere" (Q. II, p. 294).
- che il quadro della Misericordia sia quel giorno solennemente benedetto e pubblicamente, cioè liturgicamente, venerato;
- che i sacerdoti parlino alle anime di questa grande e insondabile misericordia Divina (Q. II, p. 227) e in tal modo risveglino nei fedeli la fiducia.
"Sì, - ha detto Gesù - la prima domenica dopo Pasqua è la festa della Misericordia, ma deve esserci anche l'azione ed esigo il culto della Mia misericordia con la solenne celebrazione di questa festa e col culto all'immagine che è stata dipinta" (Q. II, p. 278).
- "In quel giorno, chi si accosterà alla sorgente della vita questi conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene" (Q. I, p. 132) - ha detto Gesù. Una particolare grazia è legata alla Comunione ricevuta quel giorno in modo degno: "la remissione totale delle colpe e castighi". Questa grazia - spiega don I. Rozycki - "è qualcosa di decisamente più grande che la indulgenza plenaria. Quest'ultima consiste infatti solo nel rimettere le pene temporali, meritate per i peccati commessi (...). E' essenzialmente più grande anche delle grazie dei sei sacramenti, tranne il sacramento del battesimo, poiché‚ la remissione delle colpe e dei castighi è solo una grazia sacramentale del santo battesimo. Invece nelle promesse riportate Cristo ha legato la remissione dei peccati e dei castighi con la Comunione ricevuta nella festa della Misericordia, ossia da questo punto di vista l'ha innalzata al rango di "secondo battesimo". E' chiaro che la Comunione ricevuta nella festa della Misericordia deve essere non solo degna, ma anche adempiere alle fondamentali esigenze della devozione alla Divina Misericordia" (R., p. 25). La comunione deve essere ricevuta il giorno della festa della Misericordia, invece la confessione - come dice don I. Rozycki - può essere fatta prima (anche qualche giorno). L'importante è non avere alcun peccato.
Gesù non ha limitato la sua generosità solo a questa, anche se eccezionale, grazia. Infatti ha detto che "riverserà tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia misericordia", poiché‚ "in quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto" (Q. II, p. 267). Don I. Rozycki scrive che una incomparabile grandezza delle grazie legate a questa festa si manifesta in tre modi:
- tutte le persone, anche quelle che prima non nutrivano devozione alla Divina Misericordia e persino i peccatori che solo quel giorno si convertissero, possono partecipare alle grazie che Gesù ha preparato per la festa;
- Gesù vuole in quel giorno regalare agli uomini non solo le grazie salvificanti, ma anche benefici terreni - sia alle singole persone sia ad intere comunità;
- tutte le grazie e benefici sono in quel giorno accessibili per tutti, a patto che siano chieste con grande fiducia (R., p. 25-26).
Questa grande ricchezza di grazie e benefici non è stata da Cristo legata ad alcuna altra forma di devozione alla Divina Misericordia.
Numerosi sono stati gli sforzi di don M. Sopocko affinché‚ questa festa fosse istituita nella Chiesa. Egli non ne ha vissuto però l'introduzione. Dieci anni dopo la sua morte, il card. Franciszek Macharski con la Lettera Pastorale per la Quaresima (1985) ha introdotto la festa nella diocesi di Cracovia e seguendo il suo esempio, negli anni successivi, lo hanno fatto i vescovi di altre diocesi in Polonia.
Il culto della Divina Misericordia nella prima domenica dopo Pasqua nel santuario di Cracovia - Lagiewniki era già presente nel 1944. La partecipazione alle funzioni era così numerosa che la Congregazione ha ottenuto l'indulgenza plenaria, concessa nel 1951 per sette anni dal card. Adam Sapieha. Dalle pagine del Diario sappiamo che suor Faustina fu la prima a celebrare individualmente questa festa, con il permesso del confessore.
 
 
Il Decreto di istituzione
Pietà e tenerezza è il Signore (Sal 111, 4), il quale per il grande amore con il quale ci ha amati (Ef 2,4), ci ha donato con indicibile bontà il suo unico Figlio, nostro Redentore, affinché attraverso la sua morte e risurrezione aprisse al genere umano le porte della vita eterna, e affinché, accogliendo la sua misericordia dentro il suo tempio, i figli dell'adozione esaltassero la sua gloria fino ai confini della terra.
Ai nostri giorni i fedeli di molte regioni della terra, nel culto divino e soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale, nel quale l'amore di Dio verso tutti gli uomini risplende in massima misura, desiderano esaltare quella misericordia.
Accogliendo tali desideri, il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ha benignamente disposto che nel Messale Romano d'ora innanzi al titolo della II Domenica di Pasqua sia aggiunta la dizione "o della Divina Misericordia", prescrivendo anche che, per quanto concerne la celebrazione liturgica della stessa Domenica, siano da adoperare sempre i testi che per quel giorno si trovano nello stesso Messale e nella Liturgia delle Ore di Rito Romano.
La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti rende ora note queste norme del Sommo Pontefice affinché esse vengano condotte a compimento.
Nonostante qualsiasi norma in contrario.
Dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il 5 Maggio 2000.
Jorge A. Card. Medina Estévez
Prefetto
e Francesco Pio Tamburrino
Arcivescovo Segretar
 
 
L'indulgenza plenaria
 
Si concede l'Indulgenza plenaria alle consuete condizioni (Confessione sacramentale, Comunione eucaristica e preghiera secondo l'intenzione del Sommo Pontefice) al fedele che nella Domenica seconda di Pasqua, ovvero della "Divina Misericordia", in qualunque chiesa o oratorio, con l'animo totalmente distaccato dall'affetto verso qualunque peccato, anche veniale, partecipi a pratiche di pietà svolte in onore della Divina Misericordia, o almeno reciti, alla presenza del SS.mo Sacramento dell'Eucaristia, pubblicamente esposto o custodito nel tabernacolo, il Padre Nostro e il Credo, con l'aggiunta di una pia invocazione al Signore Gesù Misericordioso (p.e. «Gesù Misericordioso, confido in Te»).
Si concede l'Indulgenza parziale al fedele che, almeno con cuore contrito, elevi al Signore Gesù Misericordioso una delle pie invocazioni legittimamente approvate.
 
Link per pregare la novena e la successiva coroncina:
 
 

lunedì 18 marzo 2013

19 Marzo: festa di San Giuseppe

 
Il nome Giuseppe è di origine ebraica e sta a significare “Dio aggiunga”, estensivamente si può dire “aggiunto in famiglia”. Può essere che la diffusione di questo nome che sia iniziata col nome del figlio di Giacobbe e Rachele, venduto per gelosia come schiavo dai fratelli. Ma è sicuramente dal padre putativo, cioè ritenuto tale, di Gesù e considerato anche come l’ultimo dei patriarchi, che il nome Giuseppe andò diventando nel tempo sempre più popolare. In Oriente dal IV secolo e in Occidente poco prima dell’XI secolo, vale a dire da quando il suo culto cominciava a diffondersi tra i cristiani. Non vi è dubbio tuttavia che la fama di quel nome si rafforzò in Europa dopo che nell’Ottocento e nel Novecento molti personaggi della storia e della cultura lo portarono laicamente, nel bene e nel male: da Francesco Giuseppe d’Asburgo a Garibaldi, da Verdi a Stalin, da Garibaldi ad Ungaretti e molti altri ancora.
 
San Giuseppe fu lo sposo di Maria, il capo della “Sacra Famiglia” nella quale nacque, misteriosamente per opera dello Spirito Santo, Gesù figlio del Dio Padre. E orientando la propria vita sulla lieve traccia di alcuni sogni, dominati dagli angeli che recavano i messaggi del Signore, diventò una luce dell’esemplare paternità. Certamente non fu un assente. È vero, fu molto silenzioso, ma fino ai trent’anni della vita del Messia, fu sempre accanto al figliolo con fede, obbedienza e disponibilità ad accettare i piani di Dio. Cominciò a scaldarlo nella povera culla della stalla, lo mise in salvo in Egitto quando fu necessario, si preoccupò nel cercarlo allorché dodicenne era “sparito’’ nel tempio, lo ebbe con sé nel lavoro di falegname, lo aiutò con Maria a crescere “in sapienza, età e grazia”. Lasciò probabilmente Gesù poco prima che “il Figlio dell’uomo” iniziasse la vita pubblica, spirando serenamente tra le sue braccia. Non a caso quel padre da secoli viene venerato anche quale patrono della buona morte.
 
Giuseppe era, come Maria, discendente della casa di Davide e di stirpe regale, una nobiltà nominale, perché la vita lo costrinse a fare l’artigiano del paese, a darsi da fare nell’accurata lavorazione del legno. Strumenti di lavoro per contadini e pastori nonché umili mobili ed oggetti casalinghi per le povere abitazioni della Galilea uscirono dalla sua bottega, tutti costruiti dall’abilità di quelle mani ruvide e callose.

Di lui non si sanno molte cose sicure, non più di quello che canonicamente hanno riferito gli evangelisti Matteo e Luca. 

San Giuseppe non è solamente il patrono dei padri di famiglia come “sublime modello di vigilanza e provvidenza” nonché della Chiesa universale, con festa solenne il 19 marzo. Egli è oggi anche molto festeggiato in campo liturgico e sociale il 1° maggio quale patrono degli artigiani e degli operai, così proclamato da papa Pio XII. Papa Giovanni XXIII gli affidò addirittura il Concilio Vaticano II. Vuole tuttavia la tradizione che egli sia protettore in maniera specifica di falegnami, di ebanisti e di carpentieri, ma anche di pionieri, dei senzatetto, dei Monti di Pietà e relativi prestiti su pegno. Viene addirittura pregato, forse più in passato che oggi, contro le tentazioni carnali.
 
Che il culto di San Giuseppe abbia raggiunto in passato vette di popolarità lo dimostrano anche le dichiarazioni di moltissime chiese relative alla presenza di sue reliquie. Per fare qualche esempio particolarmente significativo: nella chiesa di Notre-Dame di Parigi ci sarebbero gli anelli di fidanzamento, il suo e quello di Maria; Perugia possiederebbe il suo anello nuziale; nella chiesa parigina dei Foglianti si troverebbero i frammenti di una sua cintura. Ancora: ad Aquisgrana si espongono le fasce o calzari che avrebbero avvolto le sue gambe e i camaldolesi della chiesa di S. Maria degli Angeli in Firenze dichiarano di essere in possesso del suo bastone. (Fonte: santiebeati.it).
 
Preghiamo San Giuseppe perché sul suo esempio si costruiscano famiglie sante le cui fondamenta siano ben salde in Cristo Signore e Re dell'universo.
 
PREGHIERA A SAN GIUSEPPE 
 
A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione, ricorriamo, e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio, dopo quello della tua santissima sposa. Per, quel sacro vincolo di carità, che ti strinse all'Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio, e per l'amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, te ne preghiamo, con occhio benigno la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo Sangue, e col tuo potere ed aiuto sovvieni ai nostri bisogni. Proteggi, o provvido custode della divina Famiglia, l'eletta prole di Gesù Cristo: allontana da noi, o Padre amatissimo, gli errori e i vizi, che ammorbano il mondo; assistici propizio dal cielo in questa lotta col potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore; e come un tempo salvasti dalla morte la minacciata vita del pargoletto Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità; e stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso, possiamo virtuosamente vivere, piamente morire e conseguire l'eterna beatitudine in cielo.

    AMEN.
 
3 Gloria al Padre


 

giovedì 14 marzo 2013

Discorso di Papa Francesco dopo l'elezione.

Fratelli e sorelle, buonasera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo … ma siamo qui …
Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo: grazie!
E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca.
[ Padre Nostro, l’Ave Maria e il Gloria al Padre]

E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro.
Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo e nel quale mi aiuterà il mio Cardinale Vicario, qui presente, sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa città tanto bella!
E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me. […]
Adesso darò la Benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

Papa Francesco

mercoledì 13 marzo 2013

Preghiera di ringraziamento al Signore per il dono di Papa Francesco I

Ti ringraziamo Signore, Dio Onnipotente ed Eterno, per averci donato, per mezzo del tuo Santo Spirito, Francesco I. Preghiamo per Lui e con Lui, affinché la Santa Madre Chiesa, Cattolica, Apostolica, Romana, sia guidata con la carità di Cristo, Buon Pastore, con l’umiltà evangelica dei primi discepoli, con l’indomita forza degli apostoli usciti dal Cenacolo, con la mitezza sapiente del Padre e la fermezza dell’annunzio petrino in Gesù Cristo Signore del tempo e della storia, unica Via, Verità e Vita.
Oh Verine Maria, Regina del Cielo e della Terra, Madre della Chiesa, custodisci nel tuo abbraccio materno Francesco I, perché sul tuo esempio mirabile abbia la forza di proclamare, tra persecuzioni, giudizi e tradimenti: Amen, Così avvenga di me!
Lode a te, oh Cristo, Re di eterna gloria.
3 Gloria al Padre per Papa Francesco I   

lunedì 11 marzo 2013

5 minuti con Gesù: l'uomo e la Quercia.

Un giorno, tanto tempo fa, un uomo, addolorato nel cuore, stava camminando in un bosco. Ripensava a tutta la sua vita trascorsa e riconosceva che tutto era uno sbaglio…
Ricordava d’aver mentito tante volte nel suo lavoro. I suoi pensieri si volgevano a quelle persone a cui aveva rubato e alle altre che avevano derubato lui, con inganni e sotterfugi. Ricordava la famiglia nella quale era vissuto: un problema dopo l’altro!
Poi la malattia che aveva e che nessun medico aveva potuto guarire. La sua mente era piena di rabbia, di risentimento e frustrazione.
Passeggiando confuso e solitario nel bosco cercava risposte che non trovava, certo che tutto era inutile e destinato a fallire.
Allora si inginocchiò alla base di un vecchio albero di Quercia, che sapeva essere lì da sempre e cominciò a pregare con gli occhi pieni di lacrime:
"Dio, Tu hai fatto cose meravigliose per me in questa vita.
Mi ha detto di amarla, onorarla e rispettarla.
Oggi, Tu mi dici di perdonare… ma sono triste, perché non posso, non riesco! Non so come fare. Non è giusto. Io non meritavo che i miei fratelli mi offendessero: hanno agito contro di me ed io non voglio perdonare, non posso!
Questa è l’unica cosa che non posso fare, perché io non so perdonare. La mia rabbia è così profonda, Signore, che non riesco più a sentirti nel mio cuore, però… Ti prego: insegnami, insegnami a perdonare."
Continuando a stare in ginocchio, nell'ombra quieta di quel vecchio albero di Quercia, sentì qualcosa che gli cadde sopra la spalla. Aprì gli occhi. Con la coda dell’occhio vide qualcosa di rosso sulla sua camicia.

Allora alzò la testa e vide due piedi trattenuti al legno con un grande chiodo che li trafiggeva.
Guardò più in alto e vide chiodi anche nelle mani: era Gesù che pendeva dalla croce. Riguardò ancora le ferite delle mani, del suo fianco. Era un corpo lacerato e battuto dalle frustate e profonde spine gli trafiggevano la testa. Alla fine vide la sofferenza e il profondo dolore sulla Sua faccia, radiosa e splendente. In un lampo i loro occhi si incontrarono e Gesù cominciò a parlare:
"Figlio, hai mai detto falsità?”
L’uomo rispose: “Sì, Signore!"
“Hai sempre fatto del bene al tuo prossimo?”
L’uomo rispose: “No, Signore.!"
"Hai mai rubato?"
L’uomo rispose: “Sì, Signore!"
"Hai mai giurato, e usato invano il nome di mio Padre?
L'uomo, tra le lacrime, rispose "Sì, Signore!"
Gesù continuò a porgli amorevolmente domande sulla sua vita e se avesse avuto questo e quel comportamento privo d’amore verso Dio e il prossimo e all’uomo non rimaneva che rispondere sempre ed amaramente: "Sì, Signore!"
Ad un tratto Gesù girò la testa verso ciò che era caduto sulla camicia di quell’uomo. Era una goccia del suo preziosissimo Sangue.
Quando l’uomo guardò di nuovo in alto, i suoi occhi incontrarono quelli teneri ed affettuosi di Gesù: era uno sguardo d’amore che l’uomo non aveva mai visto e che mai i suoi occhi avevano conosciuto prima.
Disse Gesù: "Io non meritavo tutto questo, ma ti perdono, figlio mio! Va in pace e non peccare più" (Gv 8, 1-11).

mercoledì 6 marzo 2013

L'uomo senza Dio.


Senza Dio, nella politica, nella società e in qualunque contesto, familiare, individuale e comunitario, tutto fallisce! Anche ciò che appare consolidato nelle fondamenta, strutturali o relazionali (famiglia, matrimonio, amicizia, carità) è destinato a cadere. Sempre! Non sono io, Dario, a dirlo, ma i fatti testimoniano quello che nessuno comprende o non vuol capire. La Chiesa che è fondata su Cristo, non su Sua Santità Benedetto XVI (che pur è stato un eccelso Papa) nonostante cadute e momenti di stallo, dura da più di 2000 anni e resterà salda sino all'ultimo istante di vita della terra, essendone il Capo Cristo stesso. All'inverso ciò che è umano, senza Dio, pur all'apparenza resistente (si veda Citta della Scienza, ma è un’esemplificazione ovviamente e non che di ciò ne sia contento!) per via del malaffare (la camorra di cui nessuno parla) è caduta miseramente, consumata come un cerino nella mani di un neonato. Sino a quando nella politica e in ogni dove non si senterà la parola Dio, lo ripeto e lo ripeterò sino allo sfinimento, tutto crollerà. Sempre! Un uomo lo ha fatta e si chiamava Giorgio La Pira. Un Padre costituente che ha dato vita all’art. 2 della Costituzione Italiana (il più importante). Un uomo capace di portare Gesù nella politica e di parlarne apertamente sin anche dove l’avversione al sacro, a Dio e ai cristiani è massima: il comunismo sovietico, favorendo giornate e meeting di pace, ma non fondati sul falso mito della pace umana, ma su quella pace che solo Gesù Cristo può dare. Egli stesso dirà: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi”. Un Sindaco, oltre che un parlamentare, secondo il cuore di Cristo, tanto da essere nominato “Il Sindaco Santo”. Dunque, non è impossibile. Anzi è assolutamente possibile! Il punto nodale? Impegnarsi per Gesù Cristo e il prossimo, costa! Costa sino alla necessità di donare la propria vita: fisica, psichica e spirituale. D’altra parte se Dio ci insegna: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso” e se il prossimo è una derivazione di Dio allora lo stesso prossimo va amato con: “…tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la tua mente”. Nel Libro dell’Apocalisse è scritto: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere con me, sul mio trono, come anche io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”.

giovedì 28 febbraio 2013

Preghiera di ringraziamento al Signore per il dono del Santo Padre Bendetto XVI

 
Signore, Padre Santo, Dio Onnipotente ed Eterno ti lodo, ti benedico e ti ringrazio per averci donato il Santo Padre Benedetto XVI.
 
Custode fedele e infaticabile del Credo Apostolico, è salito sul monte Calvario con silenziosa umiltà e si è lascito crocifiggere, sull’esempio di Cristo Gesù, senza minacciare oltraggi e vendetta a coloro che lo hanno schernito, umiliato e deriso. Ha lasciato, nella sua operosa generosità, che lo flagellassero, coronassero di spine ed inchiodassero al legno dell’incomprensione, del tradimento, dell’abbandono, per amore della Santa Madre Chiesa, della tua Chiesa, oh Gesù.
Grazie, Signore, per averci donato un Pontefice che ha guidato la barca della Comunità dei credenti con amore, coraggio, sapienza, carità ed umiltà vincolo dell’amore fraterno.
Ed ora, Spirito Santo, Spirito di Dio, concedi alla tua Chiesa e al mondo intero un Pontefice santo, che con altrettanta determinazione, fede, speranza e carità continui a preservare l’ortodossia della dottrina cattolica. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. Amen.
3 Gloria al Padre   

martedì 19 febbraio 2013

La profezia dimenticata di Ratzinger sul futuro della chiesa

 
Una Chiesa ridimensionata, con molti meno seguaci, costretta ad abbandonare anche buona parte dei luoghi di culto costruiti nei secoli. Una Chiesa cattolica di minoranza, poco influente nella scelte politiche, socialmente irrilevante, umiliata e costretta a “ripartire dalle origini”.
Ma anche una Chiesa che, attraverso questo “enorme sconvolgimento”, ritroverà se stessa e rinascerà “semplificata e più spirituale”. E’ la profezia sul futuro del cristianesimo pronunciata oltre 40 anni fa da un giovane teologo bavarese, Joseph Ratzinger. Riscoprirla oggi aiuta forse a offrire un’ulteriore chiave di lettura per decifrare la rinuncia di Benedetto XVI, perché riconduce il gesto sorprendente di Ratzinger nell’alveo della sua lettura della storia.

La profezia concluse un ciclo di lezioni radiofoniche che l’allora professore di teologia svolse nel 1969, in un momento decisivo della sua vita e della vita della Chiesa. Sono gli anni turbolenti della contestazione studentesca, dello sbarco sulla Luna, ma anche delle dispute sul Concilio Vaticano II da poco concluso. Ratzinger, uno dei protagonisti del Concilio, aveva lasciato la turbolenta università di Tubinga e si era rifugiato nella più serena Ratisbona.
Come teologo si era trovato isolato, dopo aver rotto con gli amici “progressisti” Küng, Schillebeeckx e Rahner sull’interpretazione del Concilio. E’ in quel periodo che si consolidano per lui nuove amicizie con i teologi Hans Urs von Balthasar e Henri de Lubac, con i quali darà vita a una rivista, “Communio”, che diventa presto la palestra per alcuni giovani sacerdoti “ratzingeriani” oggi cardinali, tutti indicati come possibili successori di Benedetto XVI: Angelo Scola, Christoph Schönborn e Marc Ouellet.

In cinque discorsi radiofonici poco conosciuti – ripubblicati tempo fa dalla Ignatius Press nel volume “Faith and the Future” – il futuro Papa in quel complesso 1969 tracciava la propria visione sul futuro dell’uomo e della Chiesa. E’ soprattutto l’ultima lezione, letta il giorno di Natale ai microfoni della “Hessian Rundfunk”, ad assumere i toni della profezia.

Ratzinger si diceva convinto che la Chiesa stesse vivendo un’epoca analoga a quella successiva all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese. “Siamo a un enorme punto di svolta – spiegava – nell’evoluzione del genere umano. Un momento rispetto al quale il passaggio dal Medioevo ai tempi moderni sembra quasi insignificante”. Il professor Ratzinger paragonava l’era attuale con quella di Papa Pio VI, rapito dalle truppe della Repubblica francese e morto in prigionia nel 1799. La Chiesa si era trovata allora alle prese con una forza che intendeva estinguerla per sempre, aveva visto i propri beni confiscati e gli ordini religiosi dissolti.

Una condizione non molto diversa, spiegava, potrebbe attendere la Chiesa odierna, minata secondo Ratzinger dalla tentazione di ridurre i preti ad “assistenti sociali” e la propria opera a mera presenza politica. “Dalla crisi odierna – affermava – emergerà una Chiesa che avrà perso molto.
Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali”. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede al centro dell’esperienza. “Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la Sinistra e ora con la Destra. Sarà povera e diventerà la Chiesa degli indigenti”.

Quello che Ratzinger delineava era “un processo lungo, ma quando tutto il travaglio sarà passato, emergerà un grande potere da una Chiesa più spirituale e semplificata”. A quel punto gli uomini scopriranno di abitare un mondo di “indescrivibile solitudine” e avendo perso di vista Dio, “avvertiranno l’orrore della loro povertà”.

Allora, e solo allora, concludeva Ratzinger, vedranno “quel piccolo gregge di credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto”.
 
Fonte:http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/papa-el-papa-pope-benedetto-xvi-benedict-xvi-benedicto-xvi-22434/

martedì 12 febbraio 2013

Festa del Santo Volto di Gesù in preprarzione alla Quaresima


Il martedì che precede il giorno delle Ceneri, inizio della quaresima, si celebra la festa del Santo Volto di Gesù. Nella notte del 31 maggio 1938, la Beata Pierina De Micheli, suora della Congregazione dell'Immacolata Concezione, mentre era in profonda adorazione dinanzi al tabernacolo, vide la Vergine che teneva in mano una medaglia, la quale, su un lato, recava impressa l'effige del Volto di Gesù morto in croce circoscritta dalle parole: "Fa splendere su di noi, Signore, la luce del tuo Volto". Sull'altro lato appariva un'Ostia raggiante circoscritta dall'invocazione: "Resta con noi Signore". Maria disse: Ascoltami bene e riferisci al Padre [spirituale]: questo scapolare è un’arma di difesa, uno scudo di fortezza, un pegno di misericordia che Gesù vuol dare al mondo in questi tempi di sensualità o di odio contro Dio e la Chiesa. I veri apostoli sono pochi, è necessario un rimedio divino, e questo rimedio è il Volto Santo di Gesù. Tutti quelli che indosseranno uno scapolare come questo e faranno, potendo, ogni martedì una visita al SS. Sacramento per riparare agli oltraggi che ricevette il Santo Volto del mio Figlio Gesù nella dolorosa sua passione e ogni giorno riceve nel sacramento eucaristico:
- verranno fortificati nella fede,
- pronti a difenderla
- ed a superare tutte le difficoltà spirituali interne ed esterne.
- Di più faranno una morte serena,
- sotto lo sguardo amabile del mio Divin Figlio“
 
 
Il culto della Medaglia del Santo Volto ricevette l'approvazione ecclesiastica il 9 agosto 1940 dal Beato Idelfonso Schuster, allora arcivescovo di Milano. Grande apostolo del Santo Volto fu anche il monaco benedettino: Servo di Dio Ildebrando Gregori.
La circostanza che la festa del Santo Volto preceda l'inizio della Quaresima, nella celebrazione delle Sante Ceneri, ci indica la necessità di orientare la nostra vita verso l'unico sguardo di Colui che hanno trattato come legno da bruciare e che lasciatosi ardere dal fuoco della carità verso l'umanità ci ha donato le ceneri dalle quali risorge per una vita di fede, speranza e carità, orientata alla gloria di Dio, al bene delle anime e alla propria santificazione.
 
PREGHIERA
1. O Gesù, che hai detto “ in verità vi dico: chiedete e otterrete, cercate e troverete, picchiate e vi sarà aperto” ecco che noi picchiamo, noi cerchiamo, chiediamo la grazia che ci sta a cuore (………..) E ti raccomandiamo ora tutte le intenzioni di quelli che si affidano alle nostre preghiere.
Gloria al Padre
Volto Santo di Gesù, confidiamo e speriamo in Te!
2. O Gesù che hai detto “in verità vi dico: qualunque cosa chiederete al Padre mio, nel mio nome, Egli ve la concederà”, ecco che al Padre tuo, nel tuo nome, chiediamo la grazia che ci sta a cuore (…………).E ti raccomandiamo ora tutti gli ammalati nel corpo e nello spirito.
Gloria al Padre
Volto Santo di Gesù, confidiamo e speriamo in Te!
3. O Gesù che hai detto “ in verità vi dico: passeranno cielo e terra, ma le mie parole non passeranno”, ecco che, appoggiati sull’infallibilità delle tue parole, ti chiediamo la grazia che ci sta a cuore (……….) E ti raccomandiamo ora tutti i nostri bisogni spirituali e temporali.
Gloria al Padre
Volto Santo di Gesù, confidiamo e speriamo in Te!
4. Volto Santo di Gesù, illuminaci con la tua Luce, in maniera che diventiamo meglio disposti a chiedere e a ricevere la grazia che i questo momento ci sta a cuore (……...) O Gesù, ti raccomandiamo ora la tua Santa Chiesa, il Papa, i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Religiosi e tutto il Popolo santo di Dio.
Gloria al Padre
Volto Santo di Gesù, confidiamo e speriamo in Te!
5. In Te solo, o Signore, noi possiamo avere la vera pace e il vero sollievo delle anime nostre così travagliate dalle passioni. Abbi pietà di noi, mio Dio, di noi che siamo tanto miseri e ingrati ma pure tanto cari al tuo Cuore Divino.
Dona, o Gesù alle nostre anime, alle nostre famiglie, al mondo intero la vera pace.
Gloria al Padre
Volto Santo di Gesù, confidiamo e speriamo in Te!

lunedì 11 febbraio 2013

Preghiamo per Papa Benedetto XVI

Preghiamo per il nostro grande Papa Benedetto XVI, ringraziando il Signore per tutto ciò che ha fatto per l'umanità, per la sua tempra spirituale e morale, senza giudizi, né sentenze. Grazie di cuore Santo Padre! Grazie!

mercoledì 6 febbraio 2013

La famiglia "tradizionale": una ricchezza da preservare! Le parole di Papa Benedetto XVI



Il tema dell'adottabilità dei figli e la connessa richiesta di legalizzare i matrimoni da parte di coppie omossesuali, penso, vada incastonato nell'analisi di ciò che costituisca, quella che viene chiamata: "famiglia tradizionale". A mio parere essa è una realtà sociale, realzionale, ma ancor prima sacra e spirituale da preservare quale unico ed insostituibile punto di crescita, integrazione e realizzazione della persona umana. D’altra parte tutto ciò che si è voluto, sino ad oggi, spacciare per famiglia, da quella allargata, a quella omosessuale, a quella occasionale, pur rispettando ma non condividendo le valutazioni altrui, penso sia solo un timido tentativo, se non in alcuni casi un surrogato ad effetto placebo, di quella inimitabile comunione familiare che si instaura tra un uomo ed una donna quando, per mezzo della loro unione d’amore, generano un’altra vita. La riprova è che solo da un unione di due esseri diversi, nella sessualità, può essere generato un altro essere vivente. Coloro che optassero per altre “strade”, a mio avviso ritengo che stiano semplicemente gridando sottovoce l’assenza di ciò che non hanno avuto, o forse perduto o, ancora, sperimentato in maniera violenta o intransigente, ovvero: l’amore dell'unica, insostituibile ed immutabile famiglia, quella formata da un padre e da una madre.
Per chi crede in Dio Padre, inoltre, è doveroso rapportarsi a Colui che è La Via, La Verità e La Vita: Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo. A ben ragionare: per quale motivo il Signore avrebbe scelto di nascere in una famiglia, cosi detta, tradizionale? Se era come è, e come è sempre stato, Onnisciente e Onnipotente avrebbe potuto o meno prevedere che ad un certo punto della storia dell’uomo si sarebbero create queste ulteriori tipologie di unione? Certamente si! E dunque: per quale ragione avrebbe scelto, come si legge nelle Sacre Scritture (che ricordo essere dei libri storicamente suffragati da prove e ritrovamenti) di vivere in una famiglia “tradizionale”?.


Il Santo Padre, al rigurdo della fragilità delle releziani e delle scelte morali in antitesi all'amore progettuale di Dio Padre, afferma: "La natura, nella sua immensa complessità e grandezza, presenta la perfezione di un orologio, con le sue leggi immutabili. Da sempre in essa (nei quali il credente vede l'ordine che il Creatore ha voluto dare al mondo, mentre l'ateo vi può scorgere la saggezza di un'opera avvolta dal mistero) è iscritta la legge secondo cui solo ad uomo e donna, insieme, è concesso il più grande miracolo della vita: la procreazione. Ed in ciò risiede il più grande mistero della storia dell'umanità: il rinnovarsi della vita stessa. Ciascuno di noi è nato da padre e madre, nessuno diversamente. E chiunque ha avuto la fortuna di averli entrambi in vita, ha colto la ricchezza dell'avere un padre ed una madre, instaurando con i due genitori un rapporto diverso, a seconda della personalità e della sensibilità che questa differenza sessuale implicava. Ciascuno di noi ha sempre compreso che mamma e papà fossero diversi, e nondimeno che ciascuno dei due - nella sua diversità sessuale - era in grado di poterci dare qualcosa che l'altro non poteva. Ciascuno aveva un preciso rapporto con il papà perché "era il papà", e ciascuno ne aveva uno diverso e viscerale con la mamma perché "era la mamma". E questo insegnano due millenni di pedagogia. In ogni cultura e religione del mondo, in ogni epoca, nessuno ha mai negato né concepito questa famiglia in modo diverso: era la natura stessa a stabilirlo. Ma oggi, in una società dominata da un relativismo etico e giuridico, non solo le morali confessionali non hanno più fondamento, ma persino la legge di natura non ha più alcun valore, e può essere sovvertita quando ci pare e piace".
Più profetiche che mai furono le parole dell'allora cardinale Joseph Ratzinger, pronunciate nella Missa pro eligendo Romano Pontefice, 18 aprile 2005: "Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie".
Per chi volesse, sin da subito, pregare per la famiglia rinvio al lato destro del blog per la sezione dedicata alle preghiere per la famiglia cristiana.

Per l'articolo riguardante le affermazioni di Sua Santità, Papa Benedetto XVI: http://www.facebook.com/notes/papa-benedetto-xvi/pisapia-e-de-magistris-si-alle-adozioni-gay-vendola-al-papa-non-interferisca-i-c/462700623752003

giovedì 31 gennaio 2013

Le mode oscene e i peccati della carne - Racconto da un esorcismo

Di Don Leonardo M. Pompei
 
Su questa materia il demonio disse in un esorcismo attendibile (molto diffuso e reperibile anche sul web) di padre Heinrich Kreuzer del 21 Febbraio 1984 le seguenti parole: “...Quante donne oggi, per la superbia della carne, mostrano in maniera provocante il loro corpo! Senza pudore! Senza disagio! Con la più grande naturalezza, fingendo di non rendersi conto che stanno provocando scandalo a tante persone e favorendo così la propria e l’altrui rovina eterna. Quanti e quanti uomini, infatti, e quanti e quanti bambini sono portati a guardarle con malizia! Guai a chi pecca e fa peccare in questo modo! Sono costretto a dire che una donna che non è vestita correttamente talvolta pecca senza esserne pienamente consapevole, ma non per questo è senza colpa, perché genitori, sacerdoti ed educatori almeno qualche volta le hanno parlato del pudore, e se anche non fosse stata educata in questo senso glielo grida la sua coscienza che un certo abbigliamento diventa provocazione e tentazione per chi la vede così poco vestita. E così, quando si ostina a ignorare questo, induce molti uomini e molti bambini e giovani a pensieri peccaminosi, li rende facilmente vittime della passione della carne e li porta a peccare gravemente. L’Alta (Parla della Madonna) a Fatima ha raccomandato: ‘Vestitevi decentemente e impa­rate da me’. Ma ora basta, non voglio parlare!”. Dinanzi all’incalzare dell’esorcista, che gli ordina in nome di Dio di continuare a parlare dicendo solo la verità, il demonio (che dice di essere “Belzebub”) prosegue: “Davanti a Dio l’umiltà è il più bell’ornamento. Questo l’ha detto l’Alta. Lei disse anche: ‘Molti vanno all'inferno per il peccato di impurità’. La donna pecca non solo quando si scopre in modo sconveniente, ma fin da quando nella sua mente si propone di far questo. Il volersi affermare non tanto con la bellezza dell’anima [cioè con le virtù], ma col fascino del corpo è già una colpa. E quanto è diffusa questa colpa! E quanto è sottovalutata! Quante donne diventano delle tentatrici per l’uomo, come lo fu Eva! Io, Belzebub, sono stato costretto a dirvi questo, ma non voglio più parlare!”. Nuovamente l’esorcista gli ordina perentoriamente di continuare, onde prosegue: “Quante donne di oggi creano danni irreparabili nelle anime di molte altre persone, per cui, se pentendosi in tempo riusciranno a salvarsi, in purgatorio dovranno pagare amaramente questo loro peccato: bruceranno in tutte quelle parti del loro corpo che hanno spudoratamente scoperto. I loro torbidi pensieri di oggi e il loro insano e ostinato desiderio di apparire o di provocare daranno vita per loro a un’atroce tortura. Se poi non si convertiranno, bruceranno per sempre all’inferno. La loro pelle ... [Grida]. Io non voglio parlare!”. L’esorcista gli impone di concludere il pensiero. Sentiamo: “La loro pelle si staccherà a brandelli e cadrà. Allora saranno davvero carne nuda, carne sanguinante, se non si saranno pentite, amaramente pentite fin che erano in tempo, se non avranno espiato per quanto hanno rovinato in altre anime. Questo ve l’ho dovuto dire, ma ora non voglio più parlare”.

Parole forti? Certo. Meno forti di quello che sarà il giudizio di Dio per chi pecca e fa peccare in questo modo. I santi hanno usato un linguaggio non meno severo contro la smania di ostentare e denudare il proprio corpo per trasformarlo in oggetto di passione e di libidine. È ora che anche tra di noi, fedeli e seguaci di Gesù e dell’Immacolata, qualcuno cominci ad alzare la voce.

domenica 20 gennaio 2013

Dalle Omelie di Sant'Agostino: "Ama e fa ciò che vuoi".


«Ama e fa’ ciò che vuoi»: è una delle frasi più famose e più citate di Agostino. Pochi però sanno in quale contesto essa si trovi e che cosa significasse nelle intenzioni dell’autore.
Il contesto è l’interpretazione della Prima lettera di Giovanni, alla quale il vescovo d’Ippona dedicò un ciclo di dieci omelie, le prime otto predicate dal 14 aprile (domenica di Pasqua) al 21 aprile (ottava di Pasqua) del 407. La frase in questione si trova nell’omelia 7, predicata sabato 20 aprile. Agostino sta commentando i versetti 4-12 del capitolo 4 dell’epistola giovannea, un passaggio cruciale del testo sacro, lì dove Giovanni afferma solennemente che «Dio è amore» e che «in questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio […] come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4, 8-9). Nel consegnare suo Figlio al sacrificio della croce, Dio ha dunque rivelato ciò che Egli è, ossia Amore. Anche Giuda, potrebbe obiettare qualcuno, ha consegnato Gesù alla morte, ma il suo fu tradimento; forse che anche Dio ha tradito suo Figlio? No, risponde Agostino, perché il medesimo atto cambia di valore a seconda dell’intenzione con cui viene compiuto: nel caso di Dio, si trattava di amore, nel caso di Giuda di infedeltà. Così, anche noi dobbiamo anzitutto porre alla base del nostro agire l’amore per il prossimo; in questo modo, ad esempio, sgridare potrà essere un atto d’amore (come succede tra padre e figlio), mentre al contrario essere gentili senza amore potrebbe essere solo un comportamento interessato (come tra mercante e cliente). Ecco che allora l’invito: «Ama e fa’ ciò che vuoi» non è un’esaltazione del sentimento, del capriccio, dell'egoismo teso a privare l'amore della resposnsablità. Amare è attenzione all'altro ed a quanto Dio in esso ha riversato. La sacrilità della vita, nella dimensione della carità, necesstià di sacrificio libero e disinteressato, solo da qui in poi è possibile amare liberamente perchè si è sciolti da qualunque legame con l'interesse egoistico del possesso. Il massimo e centralissimo esempio? Il kerigma: Gesù Cristo morto (sulla Croce in sostituzione nostra) e risorto per noi!  Dunque, la frase del Santo Vescovo è un’esortazione alla responsabilità per il bene del prossimo nella glorificazione del Dio Trino ed Uno. Riporto il link integrale della catechesi agostiniana: http://www.santagostino.info/pdf/ama_e_fa_cio_che_vuoi.pdf.

giovedì 17 gennaio 2013

Vita e preghiera a Sant'Antonio Abate

 
Dopo la pace costantiniana, il martirio cruento dei cristiani diventò molto raro; a questa forma eroica di santità dei primi tempi del cristianesimo, subentrò un cammino di santità professato da una nuovo stuolo di cristiani, desiderosi di una spiritualità più profonda, di appartenere solo a Dio e quindi di vivere soli nella contemplazione dei misteri divini.
Questo fu il grande movimento spirituale del ‘Monachesimo’, che avrà nei secoli successivi varie trasformazioni e modi di essere; dall’eremitaggio alla vita comunitaria; espandendosi dall’Oriente all’Occidente e diventando la grande pianta spirituale su cui si è poggiata la Chiesa, insieme alla gerarchia apostolica.
Anche se probabilmente fu il primo a instaurare una vita eremitica e ascetica nel deserto della Tebaide, s. Antonio ne fu senz’altro l’esempio più stimolante e noto, ed è considerato il caposcuola del Monachesimo.
Conoscitore profondo dell’esperienza spirituale di Antonio, fu s. Atanasio (295-373) vescovo di Alessandria, suo amico e discepolo, il quale ne scrisse una bella e veritiera biografia.
Antonio nacque verso il 250 da una agiata famiglia di agricoltori nel villaggio di Coma, attuale Qumans in Egitto e verso i 18-20 anni rimase orfano dei genitori, con un ricco patrimonio da amministrare e con una sorella minore da educare.
Attratto dall’ammaestramento evangelico “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi”, e sull’esempio di alcuni anacoreti che vivevano nei dintorni dei villaggi egiziani, in preghiera, povertà e castità, Antonio volle scegliere questa strada e venduto i suoi beni, affidata la sorella a una comunità di vergini, si dedicò alla vita ascetica davanti alla sua casa e poi al di fuori del paese.
Alla ricerca di uno stile di vita penitente e senza distrazione, chiese a Dio di essere illuminato e così vide poco lontano un anacoreta come lui, che seduto lavorava intrecciando una corda, poi smetteva si alzava e pregava, poi di nuovo a lavorare e di nuovo a pregare; era un angelo di Dio che gli indicava la strada del lavoro e della preghiera, che sarà due secoli dopo, la regola benedettina “Ora et labora” del Monachesimo Occidentale.
Parte del suo lavoro gli serviva per procurarsi il cibo e parte la distribuiva ai poveri; dice s. Atanasio, che pregava continuamente ed era così attento alla lettura delle Scritture, che ricordava tutto e la sua memoria sostituiva i libri.
Dopo qualche anno di questa edificante esperienza, in piena gioventù cominciarono per lui durissime prove, pensieri osceni lo tormentavano, dubbi l’assalivano sulla opportunità di una vita così solitaria, non seguita dalla massa degli uomini né dagli ecclesiastici, l’istinto della carne e l’attaccamento ai beni materiali che erano sopiti in quegli anni, ritornavano prepotenti e incontrollabili.
Chiese aiuto ad altri asceti, che gli dissero di non spaventarsi, ma di andare avanti con fiducia, perché Dio era con lui e gli consigliarono di sbarazzarsi di tutti i legami e cose, per ritirarsi in un luogo più solitario.
Così ricoperto appena da un rude panno, si rifugiò in un’antica tomba scavata nella roccia di una collina, intorno al villaggio di Coma, un amico gli portava ogni tanto un po’ di pane, per il resto si doveva arrangiare con frutti di bosco e le erbe dei campi.
In questo luogo, alle prime tentazioni subentrarono terrificanti visioni e frastuoni, in più attraversò un periodo di terribile oscurità spirituale, ma tutto superò perseverando nella fede in Dio, compiendo giorno per giorno la sua volontà, come gli avevano insegnato i suoi maestri.
Quando alla fine Cristo gli si rivelò illuminandolo, egli chiese: “Dov’eri? Perché non sei apparso fin da principio per far cessare le mie sofferenze?”. Si sentì rispondere: “Antonio, io ero qui con te e assistevo alla tua lotta…”.
Scoperto dai suoi concittadini, che come tutti i cristiani di quei tempi, affluivano presso gli anacoreti per riceverne consiglio, aiuto, consolazione, ma nello stesso tempo turbavano la loro solitudine e raccoglimento, allora Antonio si spostò più lontano verso il Mar Rosso.
Sulle montagne del Pispir c’era una fortezza abbandonata, infestata dai serpenti, ma con una fonte sorgiva e qui nel 285 Antonio si trasferì, rimanendovi per 20 anni.
Due volte all’anno gli calavano dall’alto del pane; seguì in questa nuova solitudine l’esempio di Gesù, che guidato dallo Spirito si ritirò nel deserto “per essere tentato dal demonio”; era comune convinzione che solo la solitudine, permettesse alla creatura umana di purificarsi da tutte le cattive tendenze, personificate nella figura biblica del demonio e diventare così uomo nuovo.
Certamente solo persone psichicamente sane potevano affrontare un’ascesi così austera come quella degli anacoreti; non tutti ci riuscivano e alcuni finivano per andare fuori di testa, scambiando le proprie fantasie per illuminazioni divine o tentazioni diaboliche.
Non era il caso di Antonio; attaccato dal demonio che lo svegliava con le tentazioni nel cuore della notte, dandogli consigli apparentemente di maggiore perfezione, spingendolo verso l’esaurimento fisico e psichico e per disgustarlo della vita solitaria; invece resistendo e acquistando con l’aiuto di Dio, il “discernimento degli spiriti”, Antonio poté riconoscere le apparizioni false, compreso quelle che simulavano le presenze angeliche.
E venne il tempo in cui molte persone che volevano dedicarsi alla vita eremitica, giunsero al fortino abbattendolo e Antonio uscì come ispirato dal soffio divino; cominciò a consolare gli afflitti ottenendo dal Signore guarigioni, liberando gli ossessi e istruendo i nuovi discepoli.
Si formarono due gruppi di monaci che diedero origine a due monasteri, uno ad oriente del Nilo e l’altro sulla riva sinistra del fiume, ogni monaco aveva la sua grotta solitaria, ubbidendo però ad un fratello più esperto nella vita spirituale; a tutti Antonio dava i suoi consigli nel cammino verso la perfezione dello spirito uniti a Dio.
Nel 307 venne a visitarlo il monaco eremita s. Ilarione (292-372), che fondò a Gaza in Palestina il primo monastero, scambiandosi le loro esperienze sulla vita eremitica; nel 311 Antonio non esitò a lasciare il suo eremo e si recò ad Alessandria, dove imperversava la persecuzione contro i cristiani, ordinata dall’imperatore romano Massimino Daia († 313), per sostenere e confortare i fratelli nella fede e desideroso lui stesso del martirio.
Forse perché incuteva rispetto e timore reverenziale anche ai Romani, fu risparmiato; le sue uscite dall’eremo si moltiplicarono per servire la comunità cristiana, sostenne con la sua influente presenza l’amico vescovo di Alessandria, s. Atanasio che combatteva l’eresia ariana, scrisse in sua difesa anche una lettera a Costantino imperatore, che non fu tenuta di gran conto, ma fu importante fra il popolo cristiano.
Tornata la pace nell’impero e per sfuggire ai troppi curiosi che si recavano nel fortilizio del Mar Rosso, decise di ritirarsi in un luogo più isolato e andò nel deserto della Tebaide, dove prese a coltivare un piccolo orto per il suo sostentamento e di quanti, discepoli e visitatori, si recavano da lui per aiuto e ricerca di perfezione.
Visse nella Tebaide fino al termine della sua lunghissima vita, poté seppellire il corpo dell’eremita s. Paolo di Tebe con l’aiuto di un leone, per questo è considerato patrono dei seppellitori.
Negli ultimi anni accolse presso di sé due monaci che l’accudirono nell’estrema vecchiaia; morì a 106 anni, il 17 gennaio del 356 e fu seppellito in un luogo segreto.
La sua presenza aveva attirato anche qui tante persone desiderose di vita spirituale e tanti scelsero di essere monaci; così fra i monti della Tebaide (Alto Egitto) sorsero monasteri e il deserto si popolò di monaci; primi di quella moltitudine di uomini consacrati che in Oriente e in Occidente, intrapresero quel cammino da lui iniziato, ampliandolo e adattandolo alle esigenze dei tempi.
I suoi discepoli tramandarono alla Chiesa la sua sapienza, raccolta in 120 detti e in 20 lettere; nella Lettera 8, s. Antonio scrisse ai suoi “Chiedete con cuore sincero quel grande Spirito di fuoco che io stesso ho ricevuto, ed esso vi sarà dato”.
Nel 561 fu scoperto il suo sepolcro e le reliquie cominciarono un lungo viaggiare nel tempo, da Alessandria a Costantinopoli, fino in Francia nell’XI secolo a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore.
In questa chiesa a venerarne le reliquie, affluivano folle di malati, soprattutto di ergotismo canceroso, causato dall’avvelenamento di un fungo presente nella segala, usata per fare il pane.
Il morbo era conosciuto sin dall’antichità come ‘ignis sacer’ per il bruciore che provocava; per ospitare tutti gli ammalati che giungevano, si costruì un ospedale e una Confraternita di religiosi, l’antico Ordine ospedaliero degli ‘Antoniani’; il villaggio prese il nome di Saint-Antoine di Viennois.
Il papa accordò loro il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità, per cui i porcellini potevano circolare liberamente fra cortili e strade, nessuno li toccava se portavano una campanella di riconoscimento.
Il loro grasso veniva usato per curare l’ergotismo, che venne chiamato “il male di s. Antonio” e poi “fuoco di s. Antonio” (herpes zoster); per questo nella religiosità popolare, il maiale cominciò ad essere associato al grande eremita egiziano, poi fu considerato il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici e della stalla.
Nella sua iconografia compare oltre al maialino con la campanella, anche il bastone degli eremiti a forma di T, la ‘tau’ ultima lettera dell’alfabeto ebraico e quindi allusione alle cose ultime e al destino.
Nel giorno della sua festa liturgica, si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici; in alcuni paesi di origine celtica, s. Antonio assunse le funzioni della divinità della rinascita e della luce, LUG, il garante di nuova vita, a cui erano consacrati cinghiali e maiali, così s. Antonio venne rappresentato in varie opere d’arte con ai piedi un cinghiale.
Patrono di tutti gli addetti alla lavorazione del maiale, vivo o macellato; è anche il patrono di quanti lavorano con il fuoco, come i pompieri, perché guariva da quel fuoco metaforico che era l’herpes zoster, ma anche in base alla leggenda popolare che narra che s. Antonio si recò all’inferno, per contendere l’anima di alcuni morti al diavolo e mentre il suo maialino sgaiattolato dentro, creava scompiglio fra i demoni, lui accese col fuoco infernale il suo bastone a ‘tau’ e lo portò fuori insieme al maialino recuperato e lo donò all’umanità, accendendo una catasta di legna.
Per millenni e ancora oggi, si usa nei paesi accendere il giorno 17 gennaio, i cosiddetti “focarazzi” o “ceppi” o “falò di s. Antonio”, che avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio dall’inverno alla imminente primavera. Le ceneri poi raccolte nei bracieri casalinghi di una volta, servivano a riscaldare la casa e con apposita campana fatta con listelli di legni per asciugare i panni umidi.
È invocato contro tutte le malattie della pelle e contro gli incendi. Veneratissimo lungo i secoli, il suo nome è fra i più diffusi del cattolicesimo, anche se poi nella devozione onomastica è stato soppiantato dal XIII sec. dal grande omonimo santo taumaturgo di Padova.
Nell’Italia Meridionale per distinguerlo è chiamato “Sant’Antuono”.


Fonte: Santiebeati.it


PREGHIERA

Glorioso Sant'Antonio, esempio
di docilità alla voce di Dio che ti
chiamava alla vita perfetta per il
Regno dei cieli e ti ha costituito
maestro di spiritualità e di
preghiera, guidaci nel cammino della
fede e nella preghiera.
Insegna a noi, che ti onoriamo
come protettore, a seguire Gesù e a
vivere il nostro Battesimo, aprendo
il cuore alle necessità dei fratelli.
Tu che con Maria, gli Angeli e
i Santi, canti la lode perenne a Dio,
ottienici il dono di offrire la nostra
vita, come Gesù, per la salvezza dei
fratelli e di vivere sempre da veri
cristiani, consapevoli di dover dare
a tutti testimonianza della novità,
che Cristo Risorto ha offerto al mondo.
Egli vive e regna con te,
nell'unità dello Spirito Santo, per tutti
i secoli dei secoli.
Amen

lunedì 14 gennaio 2013

Inizio del Tempo Ordinario

 
La festa del Battesimo di Gesù segna la fine del tempo di Natale e l'inizio del c.d. Tempo Ordinario.
Analizziamone gli aspetti:
I) - La Parola di Dio nel corso dell'Anno Liturgico:
Nel corso di un anno non si riesce a leggere tutta la parola di Dio contenuta nei 73 libri che formano la Bibbia; per questo essa e distribuita in un ciclo di tre anni: anno A - anno B - anno C.
Ogni ciclo inizia con la prima domenica di Avvento.
Per la lettura del Vangelo, specialmente nelle domeniche del Tempo Ordinario, i brani sono scelti leggendo di seguito un Vangelo:
 
- anno A: viene letto il Vangelo di Matteo;
- anno B: viene letto il Vangelo di Marco e gli ultimi sei capitoli di Giovanni;
- anno C: viene letto il Vangelo di Luca (come l'anno in corso).
Il Vangelo di Giovanni viene letto nel Tempo di Natale, in Quaresima e nel Tempo di Pasqua. 
Nei giorni della settimana il Vangelo è unico, mentre la prima lettura segue un ciclo biennale secondo gli anni pari e gli anni dispari.
II) - Tempo Ordinario: Gesù, tu hai parole di vita eterna!
Il tempo Ordinario è costituito da 33 o 34 settimane; comincia il lunedì dopo la festa del Battesimo del Signore e si protrae fino al martedì prima della Quaresima. La prima parte può variare da 4 a 9 settimane. Riprende poi il lunedì dopo Pentecoste per terminare prima dei primi Vespri della prima domenica di Avvento.
III) - Perché si chiama Tempo Ordinario?
Esso è "ordinario" nel senso che celebra il mistero di Cristo nella sua globalità: lungo il ritmo delle settimane e delle domeniche veniamo a conoscenza dei suoi discorsi, delle parabole da lui raccontate, dei fatti e dei miracoli da lui compiuti, attraverso i quali Gesù ci presenta l'amore di Dio Padre per tutti gli uomini. Vivere e celebrare il mistero di Cristo nell'ordinario significa, dunque, accettare di vivere da discepoli nella fedeltà di ogni giorno, ascoltare e incontrare il Maestro nel quotidiano, riconoscere che Dio si china su di noi e ci salva nella concretezza della nostra esperienza personale. Gesù cammina accanto a ciascuno per guarirlo e conoscerlo.
 
IV) - Aspetti liturgici:
Il colore liturgico di questo tempo è il verde. Esso esprime la speranza, la giovinezza della Chiesa, la ripresa di un cammino nuovo e perseverante. Il Gloria si dice nelle solennità, nelle feste e in tutte le domeniche; il Credo si dice nelle solennità e in tutte le domeniche
V) - Valori da vivere:
Mantenere viva la fede in Gesù Cristo per mezzo della preghiera personale, familiare e comunitaria, la vita sacramentale (Confessione quindicinale, Santa Messa domenicale  e per chi può giornaliera cibandosi in essa della Santissima Eucarestia, Corpo e Sangue di Cristo) e le opere di carità, così da ravvivare i tre perni della vita cristiana: con Dio Padre, con il prossimo, sua manifestazione concreta e con se stessi come tempio dello Spirito Santo donatoci dal Gesù Cristo per la Vita Eterna.