Citazione della settimana...


"LA MORTE È LA GRAZIA DELLE GRAZIE E IL CORONAMENTO DELLA
VITA CRISTIANA. ESSA NON È UNA FINE, COME TROPPI ANCORA PENSANO, MA L'INIZIO DI
UNA BELLA RINASCITA".

- Marthe Robin -

"NON ABBIATE PAURA DELLA GIOIA".

- Papa Francesco -



SIGNORE GESU' SONO QUI DAVANTI A TE

Signore Gesù, sono davanti a te con tutte le mie miserie. So che non mi respingerai perché tu mi ami così come sono. Mi dolgo e mi pento con tutto il cuore dei miei peccati: ti prego perdonami! Nel tuo Nome perdono tutte le persone per quanto hanno fatto contro di me. Rinuncio a Satana, a tutti gli spiriti maligni ed alle loro opere e seduzioni. Ti dono tutto il mio essere, o Signore Gesù, ora e sempre. Ti invito nella mia vita, o Gesù; ti accetto come Signore, Dio e Salvatore. Guariscimi, trasformami, rafforza il mio corpo, la mia anima ed il mio spirito. Vieni Signore Gesù, immergimi nel tuo Preziosissimo Sangue e riempimi del tuo Santo Spirito. Ti Amo, Signore Gesù. Ti lodo, Gesù. Ti ringrazio. Ti seguirò per tutti i giorni della mia vita. Aiutami a non voltarmi mai indietro. A non desiderare nient'altro che te. Fammi sentire il tepore del tuo amore e la potenza del tuo Santo Corpo. Rendimi cosciente della grandezza del tuo donarti a me, misera creatura. Illumina la mia mente e il mio cuore. Irrompi con la tua luce l'intensità delle tenebre che offuscano la mia vita. Rendimi la gioia di essere salvato affinché possa vivere con te per sempre in paradiso.
Maria, mia dolce Madre, Regina della Pace, Angeli e Santi, aiutatemi, ve ne prego. Amen, Alleluia, Amen.
- Fr. Peter Mary Rookey -


IL SILENZIO

Il silenzio è mitezza. Quando non rispondi alle offese, quando non reclami i tuoi diritti, quando lasci a Dio la difesa del tuo onore, il silenzio è mitezza.
Il silenzio è misericordia. Quando non riveli le colpe dei fratelli, quando perdoni senza indagare nel passato, quando non condanni, ma intercedi nell'intimo, il silenzio è misericordia.
Il silenzio è pazienza. Quando soffri senza lamentarti, quando non cerchi consolazione dagli uomini, quando non intervieni, ma attendi che il seme germogli lentamente, il silenzio è pazienza.

Il silenzio è umiltà. Quando taci per lasciare
emergere i fratelli, quando celi nel riserbo i doni di Dio, quando lasci che il tuo agire sia interpretato male, quando lasci agli altri la gloria dell'impresa, il silenzio è umiltà.
Il silenzio è fede. Quando taci, perchè è LUI che agisce, quando rinunci ai suoni, alle voci del mondo per stare alla Sua presenza, quando non cerchi comprensione, perchè ti basta essere conosciuto da Lui, il silenzio è fede.


sabato 24 novembre 2012

25 novembre: Festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'universo.

 

Nell'ultima domenica del Tempo Ordinario, per esattezza la 34a, la Chiesa ci invita a celebrare la Solennità di Cristo Re dell'universo.
Una festa del genere porterebbe chiunque a ritenere necessaria una liturgia, quella della Parola, improntata alla lettura di brani che esaltino la grandezza, la radiosità, l'onnipotenza di Cristo Signore, dato che lo chiamiamo Re dell'universo. Tuttavia, e ciò non sembri strano, accade esattamente l'opposto: Gesù Maestro eterno ha vinto la morte con la Croce!
In ragione di ciò la Parola di Dio, che ci viene donata, porta i fedeli nel mistero della sofferenza e dell'amore di Cristo, soprattutto invitandoci a meditare il momento della sua condanna a morte e al suo incontro con Pilato.
Il racconto, tratto dal Vangelo di San Giovanni (Gv 18,33b-37), ci presenta il Signore che, uniformandosi a quanto aveva insegnato ai suoi discepoli (si legga: Mt 10,38; Mt 16,24; Mc 8,34; Lc 9,23; Lc 14,27) rispetto alla sua missione, annunzia essere La Verità. Innanzi a Pilato che lo interroga il Rabbi risponderà: “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18,37). Altrove, aveva detto: “Io sono la via, la verità e la vita». «Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”. (Gv 14, 6.15,5). Questa verità che non solo viene annunziata, ma si incarna in Cristo stesso, dunque è Egli stesso La Suprema Verità, ha una connotazione, una caratteristica: significa servizio. Chi è per Cristo, con Cristo ed in Cristo, è nella Verità e come tale è servo dei servi. Per questo la regalità di Gesù si dimostra sulla Croce, massima espressione di servizio, di amorevole donazione disinteressata, facendoci comprendere che: “Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti” (Mc 9,35), giacché “Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13,13-15).
 
L’analisi di questa dimensione donativa, che implica La Verità, sia come punto di partenza (Gesù Cristo è il perno d’ogni progettualità) sia nei contenuti (rispetto alle singole azione che compiamo) ci fa comprendere che il Regno di Dio, come dice San Polo nella lettera ai Romani non è questione di “…cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi si fa servitore di Cristo in queste cose è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. Cerchiamo dunque ciò che porta alla pace e alla edificazione vicendevole” (Rm 14,17-19). Ciò equivale a dire che l’offerta, il servizio, il sacrificio, sono i tratti distintivi della magnificenza divina del Signore e, all’opposto, non né rappresentano in alcun modo la sua dimensione: il potere, la menzogna, l’odio, l’egoismo e la cattiveria, tutti difetti radicati nel peggiore dei vizi, la superbia. Scriverà ancora San Paolo Apostolo: “…queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,7-11).  
In definitiva nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo è venuto ad inaugurare sulla terra il potere della carità. È questa solo l’unica forza a cui dobbiamo tutti aspirare e di possedere nelle forme più alte e virtuose. Essa, la carità, avrà la sua pienezza nell'eternità e nell’oggi essa è ciò che da senso ad ogni nostra aspirazione, azione, parola, sentimento, affinché tutto torni sempre per la maggiore gloria di Dio, per il bene della anime e la nostra santificazione. Ancora San Paolo ci insegna al riguardo della carità: Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.
La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio, on manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino. Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!
” (1Cor 13, 1-13).
 
ATTO DI CONSACRAZIONE DEL GENERE UMANO A NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO.
O Gesù dolcissimo, o Redentore del genere umano, riguarda a noi umilmente prostrati innanzi a te. Noi siamo tuoi, e tuoi vogliamo essere; e per vivere a te più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi, oggi spontaneamente si consacra al tuo sacratissimo Cuore.
«Molti, purtroppo, non ti conobbero mai; molti, disprezzando i tuoi comanda­menti, ti ripudiarono. O benignissimo Ge­sù, abbi misericordia e degli uni e degli altri e tutti quanti attira al tuo sacratissi­mo Cuore.
«O Signore, sii il Re non solo dei fe­deli, che non si allontanarono mai da te, ma anche di quei figli prodighi che ti abbandonarono; fa' che questi, quanto pri­ma, ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame. Sii il Re di coloro, che vivono nell'inganno e nell'er­rore, o per discordia da te separati: ri­chiamali al porto della verità, all'unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore.
«Largisci, o Signore, incolumità e liber­tà sicura alla tua Chiesa, concedi a tutti i popoli la tranquillità dell'ordine: fa' che da un capo all'altro della terra risuoni quest'unica voce: Sia lode a quel Cuore divino, da cui venne la nostra salute; a lui si canti gloria e onore nei secoli dei secoli. Amen ».
(Indulgenza plenaria, se si recita pub­blicamente nella solennità di Cristo Re; parziale, invece, se si recita privatamente
ATTO DI RIPARAZIONE
(da pregare dopo la consacrazione)
Gesù dolcissimo, il cui immenso amore per gli uomini viene con tanta ingratitudine ripagato di oblio, di trascuratezza, di disprezzo, ecco che noi, prostrati innanzi a te, intendiamo riparare con particolari attestazioni di onore una così indegna freddezza e le ingiurie con le quali da ogni parte viene ferito dagli uomini l'amatissimo tuo Cuore.
Memori però che noi pure altre volte ci macchiammo di tanta indegnità, e provandone vivissimo dolore, imploriamo anzitutto per noi la tua misericordia, pronti a riparare con volontaria espiazione, non solo i peccati commessi da noi, ma anche quelli di coloro che, errando lontano dalla via della salute, ricusano di seguire te come pastore e guida, ostinandosi nella loro infedeltà, o calpestando le promesse del battesimo, hanno scosso il soavissimo giogo della tua legge.
E mentre intendiamo espiare tutto il cumulo di sì deplorevoli delitti, ci proponiamo di ripararli ciascuno in particolare: l'immodestia e le brutture della vita e dell'abbigliamento, le tante insidie tese dalla corruttela alle anime innocenti, la profanazione dei giorni festivi, le ingiurie esecrande scagliate contro te e i tuoi santi, gli insulti lanciati contro il tuo Vicario e l'ordine sacerdotale, le negligenze e gli orribili sacrilegi onde è profanato lo stesso sacramento dell'amore divino, e infine le colpe pubbliche delle nazioni che osteggiano i diritti e il magistero della Chiesa da te fondata. Potessimo noi lavare col nostro sangue questi affronti!
Intanto come riparazione dell'onore divino noi ti presentiamo, accompagnandola con le espiazioni della Vergine tua Madre, di tutti i Santi e delle anime pie, quella soddisfazione che tu stesso un giorno offristi sulla croce al Padre e che ogni giorno rinnovi sugli altari, promettendo con tutto il cuore di voler riparare, per quanto sarà in noi e con l'aiuto della tua grazia, i peccati commessi da noi e dagli altri e l'indifferenza verso sì grande amore con la fermezza della fede, l'innocenza della vita, l'osservanza perfetta della legge evangelica, specialmente della carità, e di impedire inoltre con tutte le nostre forze le ingiurie contro di te, e di attrarre quanti più potremo alla tua sequela.
Accogli, te ne preghiamo, o benignissimo Gesù, per l'intercessione della beata Vergine Maria riparatrice, questo volontario ossequio di riparazione, e conservaci fedelissimi nella tua obbedienza e nel tuo servizio fino alla morte con il gran dono della perseveranza, mediante il quale possiamo tutti un giorno pervenire a quella patria, dove tu col Padre e con lo Spirito Santo vivi e regni Dio per tutti i secoli dei secoli. Amen!




lunedì 19 novembre 2012

Chi è per te Colui che chiamano Gesù Cristo?



Il titolo di questo post impone che io, per primo, descriva a voi tutti, che partecipate a queste “discussioni” virtuali, cosa sia Gesù Cristo nella mia vita.

Dunque, l’esperienza maturata attraverso le vicende della mia esistenza hanno dato impulso al perché intitolassi questo blog:  “Via, Verità e Vita”. Di conseguenza, l’intestazione non è affatto un caso, ma l’esatta rappresentazione di ciò che per me esprime quel Gesù di Nazareth che noi, credenti, chiamiamo Cristo che significa “Unto”.

In ragione di ciò, il vivere stesso trova in Cristo la Via che desidero percorrere quotidianamente, con le sue difficoltà, cadute, paure ed angosce, come con le sue gioie e speranza, sicuro che se anche smarrissi per un istante la meta, la luce della fede mi riporterebbe nella Via Mastra. D’altronde la fede non è certezze nella meta, ma è certezza in Colui che ci guida alla meta. Il necessario? Dare tutto: cuore, mente e anima a Gesù, che non è solo Via, ma Meta della via stessa; per cui incamminatici “…decisamente…” (Lc 9, 51-56) nella Via siamo automaticamente nella Meta. 

Oltre ad essere Via, Gesù è anche la mia Verità dato che, quando agisco, il riferimento, il parametro di valutazione è, e può essere solo Lui, ed innanzi agli interrogativi pressanti, talvolta drammatici del quotidiano vivere, so di comportarmi o di essermi comportato come La Via-Meta mi ha insegnato (per tanto non è una costrizione il mio agito, ma è frutto di un insegnamento meditato e poi compreso) ciò che deriverà da quella tale situazione, qualunque ne sia il risultato, come dice il salmo 131: “…sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio ad  (una, n.d.r.) madre”.

Infine, è la mia Vita dato che, semplicemente, senza il Signore Gesù sarei vivo soltanto biologicamente, ma morto spiritualmente, e dato che lo “…spirito è vita…” (Gv 6, 63) quando quest’ultimo si inaridisce possiamo possedere il mondo intero, ma nulla potrebbe soddisfare nulla… appieno!


È per questa ragione che Gesù ci insegna: «Io sono la via, la verità e la vita». «Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla». (Gv 14, 6. 15,5).

Il non potete far nulla, non sta ad indicare la nostra incapacità nel raggiungere qualsivoglia tipo di obiettivo, ma bensì a sottolineare che essi, senza Il Pilastro fondativo, Gesù Cristo nostro Signore, restano sterili e privi di significato donante, giacché anche se caratterizzati da una notevole inclinazione verso il prossimo, la natura umana rimarrà sempre propensa a trovare in sé le ragioni d’ogni successo, al contrario, attribuendo ogni fallimento al silenzio, alla lontananza o, peggio, all’inesistenza di Dio Padre. Esemplificando, un medico, che di per se svolge un’attività di cura verso chi soffre, può essere preparato ed appassionato, ma se ciò poggiasse unicamente ad un livello tutto umano, con il tempo la cura nei riguardi di chi versa nella malattia diverrebbe una cinica routine, che potrebbe genererà incapacità nel provare compassione e profondare accoglienza verso i più deboli, divenendo il tutto puro formalismo quotidiano. Perché accade o può verificarsi un tale senso di disinteresse verso il dolore altrui facendo prevale la cinicità professionale? Uno dei motivi, a mio avviso (e ciò può riguardare qualunque professione, mestiere o arte, come anche chi svolge il ministero sacerdotale) risiede nel fatto che la scelta di curare chi soffre non può reggersi solo su di un aspetto relativo all’inclinazione personale verso quell’specifica attività, né tantomeno su fattori economici, ma dovrebbe trovare la base in una vocazione, ovverosia in una chiamata a quel lavoro, affinché la dedizione, frutto di meditazione in Colui che sa bene cosa siamo in gradi di donare agli altri, per il loro bene e la Sua gloria, sia totale e nei momenti di stanchezza ancor più offerta come Cristo fece della sua Croce. La vocazione, infatti, che solitamente connota un ambito strettamente sacerdotale, tecnicamente, significa chiamata, ed essa non è solo quella alla consacrazione, ma anche ad individuare, come detto poco sopra, alla luce del Signore Gesù e quindi della preghiera, quale sia l’esatta strada da intraprendere.

In conclusione Cristo è per ciò stesso, Colui che da senso, significato e valore ad ogni singolo atto della mia vita… E per voi?

giovedì 8 novembre 2012

5' minuti con Gesù Cristo

 
IL BARBIERE E DIO

Un tizio si reca da un barbiere per farsi tagliare i capelli e radere la barba.
Appena il barbiere comincia a lavorare, iniziano ad avere una buona conversazione.
Parlano di tante cose e di vari argomenti.
Quando alla fine toccano l'argomento Dio, il barbiere dice:
"Io non credo che Dio esista...!"
Perché dice questo? Chiede il cliente.
Beh, basta uscire per strada per rendersi conto che Dio non esiste.
Mi dica, se Dio esistesse, ci sarebbero così tante persone malate?
Ci sarebbero bambini abbandonati?
Se Dio esistesse, non ci sarebbero più sofferenza né dolore.
Io non posso immaginare che un Dio amorevole permetta tutte queste cose.
Il cliente pensa per un momento, ma non replica perché non vuole iniziare una discussione.
Il barbiere finisce il suo lavoro ed il cliente lascia il negozio.
Appena dopo aver lasciato il negozio del barbiere, vede un uomo in strada con dei capelli lunghi, annodati e sporchi e con la barba tutta sfatta.
Sembrava sporco e trasandato. Il cliente torna indietro ed entra di nuovo nel negozio del barbiere e gli dice:La sa una cosa? I barbieri non esistono.
Come può dire ciò? chiede il barbiere sorpreso.
Io sono qui e sono un barbiere. Ed ho appena lavorato su di lei...!
No! esclama il cliente. I barbieri non esistono perché se esistessero non ci sarebbero persone con lunghi capelli sporchi e barbe sfatte come quell'uomo là fuori.
Ma i barbieri ESISTONO! - reclamo' il barbiere - Questo è ciò che succede quando la gente non viene da me...
Esattamente! afferma il cliente. Questo è proprio il punto! Anche Dio ESISTE!
Questo è ciò che succede quando la gente non va da Lui e cerca il Suo aiuto
Questo è il motivo per cui c'è tanto dolore e sofferenza nel mondo...

mercoledì 31 ottobre 2012

Festa di Tutti i Santi



Il primo novembre la Santa Madre Chiesa ci da l'opportunità di festeggiare Tutti i Santi. Ma chi sono i Santi? La santità non denota unicamente eventi straordinari come guarigioni, bilocazioni, stimmate e così via, ma al contrario essa indica la capacità di uomini e donne d'ogni tempi di trasformare, alla luce dello Spirito Santo, l'ordinario, al vita di tutti i giorni, in una straordinaria dimostrazione d'amore nei riguardi di Dio Padre, sino, in alcuni casi, all'effusione del proprio sangue (i c.d. Santi Martiri). Dunque, oggi celebriamo la santità di tutte quelle persone che hanno accolto la grazia di Cristo e l'hanno trasformata in opere di bene e in testimonianza concreta di fedeltà a Dio stesso. E' una schiera che nessuno può contare; i loro nomi non sono scritti nei calendari degli uomini, ma nel libro della vita. Sono così diventati i nostro modelli e i nostri intercessori presso il Trono dell'Onnipotente, dove cantano la sua gloria. Se ci fermassimo a considerare i doni straordinari di cui molti furono dotati, o le imprese singolari di cui furono protagonisti, non potremmo fare altro che sentirci inadeguati e molto lontani dalla via della santità o almeno da quella che ci sembra essere l'unica via e, di conseguenza, concluderemmo che la santità stessa sia al di là della nostra portata. La Chiesa, al contrario, ci ricorda che la santità è la vocazione fondante di ogni uomo a motivo della santità stessa di Dio, che in ognuno ha impresso come sigillo la sua immagine e, nella pienezza dei tempi, ha inviato come Maestro, Redentore e Modello il Figlio.
Il segreto della santità? Somigliare a Cristo Gesù nella propria quotidianità, nella fiducia piena in Dio Padre, nell'offerta gratuita di sé stessi. Solo la fiducia in Dio e il dono si sé stessi trasformano il pianto in gioia, la fame di giustizia in sazietà e la morte in risurrezione.

Come era solito il Beato Giustino Maria Russolillo salutare le persone diciamo: "Fatti santo davvero che tutto il resto è zero".

Auguri di cuore a tutti!

martedì 23 ottobre 2012

Sull’affetto al peccato

 
Nell’affetto al peccato c’è l’assenza di Dio giacché esso è, per sua propria natura, instillatore di progressiva morte spirituale della quale, il più delle volte, non ci si rende conto.
L’affetto è un sentimento agente molto silenzioso che inizia come tendenza indirizzata verso un’ aspirazione, un piacere, un desiderio, un sogno o ideale ed in seguito, se positivo, si tramuta in azione santificatrice. All’inverso, quando l’affetto è negativo, ovvero indirizzato verso pulsioni degenerative, anche solo potenzialmente, produce e conduce, poco a poco, goccia dopo goccia alla morte dell’anima e alla sua caduta all’inferno. Il motivo risiede nel fatto che l’attaccamento residuale allo stato di peccato pregresso, innestato nella nuova vita di fede, frutto di conversione, genera lo stesso effetto del fungo attaccato alla buona pianta: se non è estirpato alla radice e subitaneamente, assorbe tutta la linfa vitale. Infatti, l’affetto al peccato, sia esso veniale ed ancor più a quello mortale, è germe di consensi carnali ed atti illeciti. Si badi che nella carne v’è innestata anche la mente e dunque qui non si parla solo di impulsi istintuali, ma anche di psiche e delle cattive cognizioni. È possibile, difatti, mal-pensare e ben-pensare ed il discrimine non è certo la conoscenza acquisita. Essa potrà essere al più un elemento su cui poggia il cuore, che se reso spirituale per mezzo della preghiera e le opere di penitenza che la Chiesa ci indica, fa del corpo un succube delle istanze dell'anima, generando per essa salute e conforto.
Dirà, al rigurdo, San Maccario il Giovane: “Lasciatemi (…), ch’io tormenti colui che mi tormenta".

martedì 2 ottobre 2012

I Santi Angeli Custodi

Di Antonio Borrelli
 
Nella storia della salvezza, Dio affida agli Angeli l'incarico di proteggere i patriarchi, i suoi servi e tutto il popolo eletto. Pietro in carcere viene liberato dal suo Angelo. Gesù a difesa dei piccoli dice che i loro Angeli vedono sempre il volto del Padre che sta nei Cieli.

Figure celesti presenti nell'universo religioso e culturale della Bibbia e quasi sempre rappresentati come esseri alati (in quanto forza mediatrice tra Dio e la Terra), gli Angeli trovano l'origine del proprio nome nel vocabolo greco anghelos =messaggero. Non a caso, nel linguaggio biblico, il termine indica una persona inviata per svolgere un incarico, una missione.

Ed è proprio con questo significato che la parola ricorre circa 175 volte nel Nuovo Testamento e 300 nell'Antico Testamento, che ne individua anche la funzione di milizia celeste, suddivisa in 9 gerarchie: Cherubini, Serafini, Troni, Dominazioni, Potestà, Virtù celesti, Principati, Arcangeli, Angeli.

Oggi il tema degli Angeli, quasi scomparso dai sermoni liturgici, riecheggia stranamente nei pulpiti dei media in versione new age, nei film e addirittura negli spot pubblicitari, che hanno voluto recepirne esclusivamente l'aspetto estetico e formale.

Martirologio Romano: Memoria dei Santi Angeli Custodi, che, chiamati in primo luogo a contemplare il volto di Dio nel suo splendore, furono anche inviati agli uomini dal Signore, per accompagnarli e assisterli con la loro invisibile ma premurosa presenza.


La memoria dei Santi Angeli, oggi espressamente citati nel “Martirologio Romano” della Chiesa Cattolica, come Angeli Custodi, si celebra dal 1670 il 2 ottobre, data fissata da Papa Clemente X (1670-1676).

Ma chi sono gli Angeli e che rapporto hanno nella storia del genere umano? Prima di tutto l’esistenza degli Angeli è un dogma di Fede, definito più volte dalla Chiesa (Simbolo Niceno, Simbolo Costantinopolitano, IV Concilio Lateranense (1215), Concilio Vaticano I (1869-70).

Tutto ciò che riguarda gli Angeli, ha costituito una scienza propria detta ‘angelologia’; e tutti i Padri della Chiesa e i teologi, hanno nelle loro argomentazioni, espresso ed elaborato varie interpretazioni e concetti, riguardanti la loro esistenza, creazione, spiritualità, intelligenza, volontà, compiti, elevazione e caduta. Come si vede la materia è così vasta e profonda, che è impossibile in questa scheda succinta, poter esporre esaurientemente l’argomento, ci limiteremo a dare qualche cenno essenziale.

Esistenza e creazione

La creazione degli Angeli è affermata implicitamente almeno in un passo del Vecchio Testamento, dove al Salmo 148 (Lode cosmica), essi sono invitati con le altre creature del Cielo e della terra a benedire il Signore: “Lodate il Signore dai Cieli, lodatelo nell’alto dei Cieli. Lodatelo, voi tutti suoi Angeli, lodatelo, voi tutte sue schiere… Lodino tutti il nome del Signore, perché al suo comando ogni cosa è stata creata”.

Nel nuovo Testamento (Col 1,16) si dice: “Per mezzo di Cristo sono state create tutte le cose nei Cieli e sulla terra”. Quindi anche gli Angeli sono stati creati e se pure la tradizione è incerta sul tempo e nell’ordine di questa creazione, essa è ritenuta dai Padri indubitabile; certamente prima dell’uomo, perché alla cacciata dal Paradiso terrestre di Adamo ed Eva, era presente un Angelo, posto poi a guardia dell’Eden, per impedirne il ritorno dei nostri progenitori.

Spiritualità

La spiritualità degli Angeli, è stata oggetto di considerazioni teologiche fra i più grandi Padri della Chiesa; S. Giustino e S. Ambrogio attribuivano agli Angeli un corpo, non come il nostro, ma luminoso, imponderabile, sottile; S. Basilio e S. Agostino furono esitanti e si espressero non chiaramente; S. Giovanni Crisostomo, S. Gerolamo, S. Gregorio Magno, asserirono invece l’assoluta spiritualità; il già citato Concilio Lateranense IV, quindi il Magistero della Chiesa, affermò che gli Angeli sono spirito senza corpo.

L’angelo per la sua semplicità e spiritualità è immortale e immutabile, privo di quantità non può essere localmente presente nello spazio, però si rende visibile in un luogo per esplicare il suo operato; non può moltiplicarsi entro la stessa specie e S. Tommaso d’Aquino afferma che tante sono le specie angeliche quanti sono gli stessi Angeli, l’uno diverso dall’altro.

Nella Bibbia si parla di Angeli come di messaggeri ed esecutori degli ordini divini; nel Nuovo Testamento essi appaiono chiaramente come puri spiriti. Nella credenza ebraica essi furono talvolta avvicinati a esseri materiali, ai quali si offriva ospitalità, che essi ricambiavano con benedizioni, promesse di prosperità, ecc.

Intelligenza e volontà

L’Angelo in quanto essere spirituale non può essere sprovvisto della facoltà dell’intelligenza e della volontà; anzi in lui debbono essere molto più potenti, in quanto egli è puro di spirito; sulla prontezza e infallibilità dell’intelligenza angelica, come pure sull’energia, la tenace volontà, la libertà superiore: il grande Dottore Angelico, S. Tommaso d’Aquino, ha scritto ampiamente nella sua “Summa Theologica”, alla quale si rimanda per un approfondimento.

Elevazione

La Sacra Scrittura suggerisce più volte che gli Angeli godono della visione del volto di Dio, perché la felicità alla quale furono destinati gli spiriti celesti, sorpassa le esigenze della natura ed è soprannaturale. E nel Nuovo Testamento frequentemente viene stabilito un paragone fra uomini, Santi e Angeli, come se la meta cui sono destinati i primi, altro non sia che una partecipazione al fine già conseguito dagli Angeli buoni, i quali vengono indicati come ‘santi’, ‘figli di Dio’, ‘Angeli di luce’ e che sono ‘innanzi a Dio’, ‘al cospetto di Dio o del suo trono’; tutte espressioni che indicano il loro stato di beatitudine; essi furono santificati nell’istante stesso della loro creazione.

Caduta

Il Concilio Lateranense IV, definì come verità di Fede che molti Angeli, abusando della propria libertà caddero in peccato e diventarono cattivi. San Tommaso affermò che l’Angelo poté commettere solo un peccato d’orgoglio, lo spirito celeste deviò dall’ordine stabilito da Dio e non accettandolo, non riconobbe al disopra della sua perfezione, la supremazia divina, quindi peccato d’orgoglio cui conseguì immediatamente un peccato di disobbedienza e d’invidia per l’eccellenza altrui.

Altri peccati non poté commetterli, perché essi suppongono le passioni della carne, ad esempio l’odio, la disperazione. Ancora S. Tommaso d’Aquino specifica, che il peccato dell’Angelo è consistito nel volersi rendere simile a Dio.

La tradizione cristiana ha dato il nome di Lucifero al più bello e splendente degli Angeli e loro capo, ribellatosi a Dio e precipitato dal Cielo nell’inferno; l’orgoglio di Lucifero per la propria bellezza e potenza, lo portò al grande atto di superbia con il quale si oppose a Dio, traendo dalla sua parte un certo numero di Angeli.

Contro di lui si schierarono altri Angeli dell’esercito celeste capeggiati da Michele, ingaggiando una grande e primordiale lotta nella quale Lucifero con tutti i suoi, soccombette e fu precipitato dal Cielo; egli divenne capo dei demoni o diavoli nell’inferno e simbolo della più sfrenata superbia.

Il nome Lucifero e la sua identificazione con il capo ribelle degli angeli, derivò da un testo del profeta Isaia (14,12-15) in cui una satira sulla caduta di un tiranno babilonese, venne interpretata da molti scrittori ecclesiastici e dallo stesso Dante (Inf. XXIV), come la descrizione in forma poetica della ribellione celeste e della caduta del capo degli angeli.
“Come sei caduto dal Cielo, astro del mattino, figlio dell’aurora! Come sei stato precipitato a terra, tu che aggredivi tutte le nazioni! Eppure tu pensavi in cuor tuo: Salirò in Cielo, al di sopra delle stelle di Dio innalzerò il mio trono… salirò sulle nubi più alte, sarò simile all’Altissimo. E invece sei stato precipitato nell’abisso, nel fondo del baratro!”.

L’esercito celeste

La figura dell’Angelo come simbolo delle gerarchie celesti, in genere appare fin dai primi tempi del cristianesimo, collocandosi in prosecuzione della tradizione ebraica e come trasformazione dei tipi precristiani delle Vittorie e dei Geni alati, che avevano anche la funzione mediatrice, tra le supreme divinità e il mondo terrestre.

Attraverso l’insegnamento del “De celesti hierarchia” dello pseudo Dionigi l’Areopagita, essi sono distribuiti in tre gerarchie, ognuna delle quali si divide in tre cori.

La prima gerarchia comprende i Serafini, i Cherubini e i Troni; la seconda le Dominazioni, le Virtù, le Potestà; la terza i Principati, gli Arcangeli e gli Angeli.

I cori si distinguono fra loro per compiti, colori, ali e altri segni identificativi, sempre secondo lo pseudo Areopagita, i più vicini a Dio sono i serafini, di colore rosso, segno di amore ardente, con tre paia di ali; poi vengono i cherubini con sei ali cosparse di occhi come quelle del pavone; le potestà hanno due ali dai molti colori; i principati sono Angeli rivolti verso Dio e così via.

Più distinti per la loro specifica citazione nella Bibbia, sono gli Arcangeli, i celesti messaggeri, presenti nei momenti più importanti della Storia della Salvezza; Michele presente sin dai primordi a capo dell’esercito del cielo contro gli angeli ribelli, apparve anche a Papa S. Gregorio Magno sul Castel S. Angelo a Roma, lasciò il segno della sua presenza nel Santuario di Monte S. Angelo nel Gargano; Gabriele il messaggero di Dio, apparve al profeta Daniele; a Zaccaria annunciante la nascita di S. Giovanni Battista, ma soprattutto portò l’annuncio della nascita di Cristo alla Vergine Maria; Raffaele è citato nel Libro di Tobia, fu guida e salvatore dai pericoli del giovane Tobia.

L’Angelo nella Bibbia

Specifici episodi del Vecchio e Nuovo Testamento, indicano la presenza degli Angeli: la lotta con l’Angelo di Giacobbe (Genesi 32, 25-29); la scala percorsa dagli Angeli, sognata da Giacobbe (Genesi, 28, 12); i tre Angeli ospiti di Abramo (Genesi, 18); l’intervento dell’Angelo che ferma la mano di Abramo che sta per sacrificare Isacco; l’Angelo che porta il cibo al profeta Elia nel deserto.

L’annuncio ai pastori della nascita di Cristo; l’Angelo che compare in sogno a Giuseppe, suggerendogli di fuggire con Maria e il Bambino; gli Angeli che adorano e servono Gesù dopo le tentazioni nel deserto; l’Angelo che annunciò alla Maddalena e alle altre donne, la resurrezione di Cristo; la liberazione di S. Pietro dal carcere e dalle catene a Roma; senza dimenticare la cosmica e celeste simbologia angelica dell’Apocalisse di S. Giovanni Evangelista.

L’Angelo Custode

Infine l’Angelo Custode, l’esistenza di un Angelo per ogni uomo, che lo guida, lo protegge, dalla nascita fino alla morte, è citata nel Libro di Giobbe, ma anche dallo stesso Gesù, nel Vangelo di Matteo, quando indicante dei fanciulli dice: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro Angeli nel Cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei Cieli”.

La Sacra Scrittura parla di altri compiti esercitati dagli Angeli, come quello di offrire a Dio le nostre preghiere e sacrifici, oltre quello di accompagnare l’uomo nella via del bene.

venerdì 21 settembre 2012

Gesù Cristo: il povero per amore!



Un uomo, camminando, parlava con se stesso, senza amici con cui confidarsi. -

"Ecco" - diceva -, "nessuno è più povero di me; avevo.un cappello e me l'ha portato via il vento; avevo un mantello e me l'hanno rubato; avevo un bastone e ho dovuto bruciarlo per fame fuoco; avevo una ciotola per il cibo e la bevanda e il fiume me l'ha portata via; non ho che
le mani per raccogliere acqua da bere. C'è al mondo qualcuno più povero di me? -
Io fratello". L'uomo si volta e vede davanti a sé il Signore in abito da pellegrino. - "Io sono più povero di te. Tu, se hai sete, puoi raccogliere acqua con le mani: io no, perché me le hanno trafitte.

 
GRAZIE GESU' DI OGNI NUOVO GIORNO... VEGLIA SUL NOSTRO RIPOSO, AFFINCHE' RINTEMPRATI NEL CORPO E NELLO SPIRITO, POSSIAMO ESSERE SEGNO PER LA TUA GLORIA E IL BENE DEI FRATELLI...
 
TI AMO GESU'. MI HA DONATO TANTO, SENZA CHIEDERMI MAI NULLA IN CAMBIO....E' VERO! DIO E' AMORE...

venerdì 14 settembre 2012

14 settembre: Festa dell'Esaltazione della Santa Croce. La suprema delle testimonianze!


La festa dell'Esaltazione della Santa Croce è immersa in una paradossale quanto sconcertante verità: ciò che viene celebrata, festeggiata, osannata e dunque esaltata è, nella sua essenza, uno strumento terribile di tortura, violenza e morte. Dunque: cosa c’è mai da solennizzare?

La croce, a cui il Signore Gesù Cristo è stato inchiodato, nella sua ideazione, è stata pensata per umiliare gli schiavi ed i ribelli, per far morire tra sofferenze atroci, davanti agli occhi di tutti, dopo una lunga e terribile agonia, il condannato, affinché, come in tutte le pene infamanti, fosse di esempio e fungesse, per l’avvenire, da deterrente. Per queste ragioni ritorna roboante, quanto pressante, l’interrogativo: come è possibile benedire questo “legno” intriso di sudore e sangue, che ha raccolto il respiro affannoso e gli ultimi spasmi di Colui che “…amò i suoi sino alla fine” (Gv 13,1)?

La risposta è racchiusa in una parola: testimonianza. È necessario, oggi più che mai, riscoprire il valore di questo atteggiamento, di quest’azione, di questo modo di affrontare il confronto  dover-essere, inserito nel Vangelo la cui piena e perfetta attuazione rispecchia l’impegno primario, non sempre rispettato, dell’uomo e l’essere ovvero la realtà che ognuno vive in relazione a quanto ha appreso alla Fonte della Verità, Cristo Gesù. In sostanza, ciò che rende il cammino alla sequela del Signore pieno e, asceticamente parlando, proficuo è sforzarsi ogni giorno di armonizzare e rendere quanto più coerente possibile la Parola di Dio con le nostre occupazioni quotidiane in ragione del nostro stato e grado di inserimento nella società civile.

Pertanto, la celebrazione di questo giorno testimonia una trasformazione, che in pienezza, santità e perfezione, solo Gesù poteva operare, giacché è stato Lui, con il suo sconfinato, incommensurabile ed impareggiabile atto donativo, ovvero il sacrificio della sua vita, a trasformare un simbolo di morte in un segno di salvezza e di liberazione, a trasfigurare uno strumento di crudeltà in un’icona della tenerezza  e della misericordia di Dio Padre per i suoi figli.   



PREGHIERE

 
Eccomi o mio amato e buon Gesù 
Eccomi, o mio amato e buon Gesù, che prostrato alla tua santissima Presenza ti prego con il fervore più vivo di stampare nel mio cuore sentimenti di fede, di speranza, di carità, di dolore dei miei peccati e di proponimento di non offenderti più, mentre io con tutto l’amore e con tutta la compassione vado considerando le tue cinque piaghe, cominciando da ciò che disse di Te, o mio Gesù, il santo profeta Davide: “Hanno forato le mie mani e i miei piedi, hanno contato tutte le mie ossa”.
 
 


Anima Di Cristo 
 
Anima di Cristo, santificami.
Corpo di Cristo, salvami.
Sangue di Cristo, inebriami.
Acqua del costato di Cristo, lavami.
Passione di Cristo, confortami.
O buon Gesù, esaudiscimi.
Dentro le tue piaghe, nascondimi.
Non permettere che io mi separi da Te.
Dal nemico maligno, difendimi.
Nell’ora della mia morte, chiamami:
e comanda che io venga a Te,
affinché ti lodi con i tuoi Santi,
nei secoli dei secoli.
Amen

lunedì 3 settembre 2012

Il processo di rinnegamento per salire i gradi della santità

 
Del perché sia così difficile ascendere a Dio Padre, non può e non deve partire da una considerazione tutta umana. Essa, difatti, condurrebbe nient’altro che alla superbia e alla perdizione eterna, sul satanico convincimento dell’equivalenza per la quale: non ci si può santificare perché l’uomo da solo non ne è in grado, ergo, meglio peccare! E la grazia santificante? Da chi proviene? E l’Altissimo dov’è? Qual è lo spazio dell’Oggetto amato affinché lavori con l’anima alla sua elevazione? Chi fa a meno di Dio, fa a meno di se stesso. Chi non si lascia amare dal Signore, rinuncia alla sua creaturalità, alla sua essenzialità, alla propria presenzialità: ad essere un uomo! È bene e doveroso convincersi che è Cristo Gesù che ci ha amati per primo ed è dalla Fonte dell’amore che si apprende come amare. Il letto della fonte? La Santa Croce! Il mare in cui esso sfocia? La santa Madre Chiesa! Gli esseri viventi a cui è destinato questo mare in piena d’amore santificante? Gli esseri umani!
Può sconvolgere la mente ed il cuore una certa consapevolezza che a mio avviso l’uomo cela a se stesso in ragione di questo timore, ovvero: ammettere che Dio ama ogni essere con unicità premurosa e zelante, ma soprattutto con unicità. Nella maniera più bassa e rozza, umanamente parlando, è possibile affermare che Iddio è santamente geloso, al grado più perfetto e positivo immaginabile. Egli ha spasmodicamente, visceralmente, carnalmente, spiritualmente, mentalmente necessità di ogni uomo. Non è possibile fare esperienza di Dio se non ci si sofferma su questo evento: Gesù ama alla follia tutti, dove la follia è La Santa Croce! Si esamini la propria vita, si scorga l’episodio in cui si pesi di aver amato come non mai una persona, lo si riporti alla mente ed al cuore, lo si riviva interamente, anche sino alle lacrime se necessario, anche se è un lutto, non lo si lasci frenare, anzi vi si dia seguito sino allo sfinimento nell’amore profuso per quell’essere benedetto e si avrà solo una pallidissima, insignificante, riduttiva, superficiale idea di come Cristo Gesù ama singolarmente, unicamente, personalmente ogni uomo. Ben poteva, dunque, Sant’Agostino, affermare, senza che vi si cadesse in fraintendimenti: “Ama e fa ciò che vuoi”. Quale il motivo? La ragione risiede in questo breve assioma: l’amore presuppone il Giudizio iniquo e violento dei fratelli bugiardi, il Mantello regale, sangue – purpureo, della flagellazione, lo Scettro ligneo e brutale dei falsi adoratori, la Corona del martirio di pungentissime spine, la gloriosa Camminata tra i figli amati sul Monte delle cadute, il Letto durissimo, ruvido e scarnificante della Santa Croce. In sostanza: è possibile amare e far ciò che si crede se si è prima morti a se stessi rinunciando alla propria vita sino allo spargimento dell’ultima goccia del proprio sangue per amore di Dio e del prossimo.
È, dunque, questo il motivo per cui fa paura ammettere che Dio ci ama in Cristo Gesù suo Figlio e nostro Signore, perché siamo consapevoli che per amare realmente saremmo obbligati, per non cadere in contraddizione rispetto a ciò che professiamo, ad amare come Lui ci ha amati, cioè: sino alla morte!  
Fatto questo doveroso posizionamento dell’Amore (Dio Padre) nell’amato (l’essere umano), è possibile cercare di capire perché amare è così complesso nell’ascendere i gradi della santità, mentre è così facile e rapido cadere nel peccato e nella morte eterna. Al riguardo può essere esplicativo un esempio attinente all’alimentazione. L’assillo è: per quale ragione aumentare di peso è così semplice, ma non è altrettanto facile perderlo, tranne in rarissimi casi? La risposa è semplice. Il nostro corpo è fatto per conservare, per accumulare scorte, per auto – curarsi, per avere dentro di se quanto più è possibile per espandersi e crescere. In una sola parola? L’organismo vuole vivere per non morire! Tuttavia, esso deve essere regolato, educato e se così non avviene questa naturale tendenza a sommare sostanze nutrienti, si rovescia a sfavore dell’organismo stesso che non riuscendo più a smaltire gli eccessi si avvelena da se stesso, dal proprio interno, morendo. Qual è il motivo primario? La ragione risiede nel fatto che l’accumulo non ordinato, falsa la naturale capacità organica nel discernere tra ciò che serve e ciò che non serve, ed il fisico istruito ad avere solo eccessi e mai il giusto, o talvolta un salutare difetto di sostanze, divine auto – distruttivo. Il sistema di equilibratura di quanto serve realmente si blocca, e da che la sua istruzione primaria era quella di generare vita, ora è divenuto quello di generare, anche inconsapevolmente, morte. Da questo processo egoistico ed auto – incentrato, si comprenderà, benissimo, che nel momento in cui incominciamo a sottrarre l’eccesso il corpo si rifiuta, nella veste della mente, poiché nell’eccesso costante tutto l’organismo aveva trovato la modalità per risolvere ogni istanza, necessità e richiesta, sia fisica, che psichica, e se il dimagrimento non avviene in maniera graduale ciò comporterà un riacquisto del peso perduto, maggiorato di quanto si è disarmonicamente sottratto al corpo e una fastidiosa irritabilità nei riguardi della vita dovuta al fatto che: se non si mangia ci si sente nervosi, se, al contrario, si continuasse ad ingerire più del dovuto ugualmente ci si sentirebbe nervosi per non essere stati in grado di perdere peso e/o aver saputo rispettare il programma alimentare. In proposito le rare eccezioni alimentari di chi non ha bisogno di regolarsi perché non soffre possibili aumenti, non significa che non abbia necessità di disciplina alimentare giacché potrebbero nel tempo rovinare all’interno il suo organismo.   
Nella stessa ed identica modalità funziona la vita dello spirito. La naturale tendenza alla santità è stata interrotta dal peccato. Ciò nonostante l’uomo è stato comunque messo in grado di riacquistare la vita eterna per mezzo dell’elezione a figli in Cristo Gesù nostro Signore. Ma cosa accade se ci si lascia per troppo tempo alle spalle la cura dell’anima facendola cibare solo del peccato e non del Pane di vita eterna, ovvero l’Eucaristia preparandosi adeguatamente con la Santa Confessione? Che come la veste carnale fatica a dimagrire, così l’uomo avvezzo a lasciarsi andare ad ogni desiderio impuro, di mente e di corpo, ed essendo stato educato, dallo stato di peccato, a non privarsi mai di nulla, anzi ad abbondare quanto alle nefandezze spirituali ed umane, nel momento in cui si decide per la vita e non per la morte dell’anima sottraendo il tanfo orrendo del peccato, avviene la ribellione. L’aggravante? Satana desidera la nostra morte ed a spada tratta difende la sete d’anime da distruggere e, con ogni mezzo, cercherà di risucchiare il penitente verso i suoi antichi percorsi di morte! La soluzione è educare, sin da quando si è adolescenti, l’anima e il corpo alla scuola del Vangelo, dei Sacramenti (Confessione e Comunione) e delle opere di carità, perché nel momento in cui ci si trovi a gustare dei bene umani e spirituali il Signore ci doni l’equilibrio e la sapienza per godere santamente di essi. Perché tutto torni alla maggiore gloria di Dio, del bene delle anime e della propria santificazione.

giovedì 2 agosto 2012

IL PERDONO DI ASSISI

COME OTTENERE L’INDULGENZA PLENARIA DEL PERDONO DI ASSISI

(Per sé o per i defunti)


Dal mezzogiorno del primo agosto

alla mezzanotte del giorno seguente (2 agosto),

si può lucrare una volta sola l’indulgenza plenaria.



CONDIZIONI RICHIESTE:

1 - Visita, entro il tempo prescritto, a una Chiesa Cattedrale o parrocchiale o francescana e recita del “Padre Nostro” (per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo) e del “Credo” (con cui si rinnova la propria Professione di Fede).

2 - Confessione Sacramentale per essere in Grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti).

3 - Partecipazione alla Santa Messa e Comunione Eucaristica.

4 - Una preghiera secondo le intenzioni del Papa (almeno un Padre Nostro e un’Ave Maria) per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.

5 - Disposizione d’animo che escluda ogni affetto al peccato, anche veniale.

Le condizioni di cui ai numeri 2, 3 e 4 possono essere adempiute anche nei giorni precedenti o seguenti quello in cui si visita la Chiesa; tuttavia è conveniente che la Santa Comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Papa siano fatte nello stesso giorno in cui si compie la visita.


L’INDULGENZA: che cosa è?

I peccati non solo distruggono o feriscono la comunione con Dio, ma compromettono anche l’equilibrio interiore della persona e il suo ordinato rapporto con le creature. Per un risanamento totale, non occorrono solo il pentimento e la remissione delle colpe, ma anche una riparazione del disordine provocato, che di solito continua a sussistere.

In questo impegno di purificazione il penitente non è isolato. Si trova inserito in un mistero di solidarietà, per cui la santità di Cristo e dei Santi giova anche a lui. Dio gli comunica le Grazie da altri meritate con l’immenso valore della loro esistenza, per rendere più rapida ed efficace la sua riparazione.

La Chiesa ha sempre esortato i fedeli a offrire preghiere, opere buone e sofferenze come intercessione per i peccatori e suffragio per i defunti. Nei primi secoli i Vescovi riducevano ai penitenti la durata e il rigore della penitenza pubblica per intercessione dei testimoni della Fede sopravvissuti ai supplizi. Progressivamente è cresciuta la consapevolezza che il potere di legare e sciogliere, ricevuto dal Signore, include la facoltà di liberare i penitenti anche dei residui lasciati dai peccati già perdonati, applicando loro i meriti di Cristo e dei Santi, in modo da ottenere la Grazia di una fervente carità. I pastori concedono tale beneficio a chi ha le dovute disposizioni interiori e compie alcuni atti prescritti. Questo loro intervento nel cammino penitenziale è la concessione dell’indulgenza.

(C.E.I. - Catechismo degli adulti, n. 710)


COME SAN FRANCESCO CHIESE ED OTTENNE

L’INDULGENZA DEL PERDONO

Una notte dell’anno del Signore 1216, Frate Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione nella chiesetta della Porziuncola, quando improvvisamente dilagò nella chiesina una vivissima luce e Frate Francesco vide sopra l’altare il Cristo rivestito di luce e alla sua destra la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Frate Francesco adorò in silenzio con la faccia a terra il suo Signore!

Gli chiesero allora che cosa desiderasse per la salvezza delle anime. La risposta di Frate Francesco fu immediata: “Signore, benché io sia misero e peccatore, Ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa Chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”.

“Quello che tu chiedi, o Frate Francesco, è grande -gli disse il Signore-, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio Vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza”.

E Francesco si presentò subito al Pontefice Onorio III che in quei giorni si trovava a Perugia e con candore gli raccontò la visione avuta. Il Papa lo ascoltò con attenzione e dopo qualche difficoltà dette la sua approvazione. Poi disse: “Per quanti anni vuoi questa indulgenza?”. Frate Francesco scattando rispose: “Padre Santo, non domando anni, ma anime”. E felice si avviò verso la porta, ma il Pontefice lo chiamò: “Come, non vuoi nessun documento?”. E Frate Francesco: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento: questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”.

E qualche giorno più tardi, insieme ai Vescovi dell’Umbria, al popolo convenuto alla Porziuncola, disse tra le lacrime: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!”.

venerdì 27 luglio 2012

L'uomo che pregava in silenzio

Una volta un sacerdote stava camminando in chiesa, verso mezzogiorno, passando dall'altare decise di fermarsi lì vicino per vedere chi era venuto a pregare. In quel momento si aprì la porta, il sacerdote inarcò il sopracciglio vedendo un uomo che si avvicinava; l'uomo aveva la barba lunga di parecchi giorni, indossava una camicia consunta, aveva una giacca vecchia i cui bordi avevano iniziato a disfarsi. L'uomo si inginocchiò, abbassò la testa, quindi si alzò e uscì. Nei giorni seguenti lo stesso uomo, sempre a mezzogiorno, tornava in chiesa con una valigia... si inginocchiava brevemente e quindi usciva.

Il sacerdote, un po' spaventato, iniziò a sospettare che si trattasse di un ladro, quindi un giorno si mise davanti alla porta della chiesa e quando l'uomo stava per uscire dalla chiesa gli chiese: "Che fai qui?". L'uomo gli rispose che lavorava nella zona e aveva mezz'ora libera per il pranzo e approfittava di questo momento per pregare, "Rimango solo un momento, sai, perché la fabbrica è un po' lontana, quindi mi inginocchio e dico: "Signore, sono venuto nuovamente per dirTi quanto mi hai reso felice quando mi hai liberato dai miei peccati... non so pregare molto bene, però Ti penso tutti i giorni... Beh Gesù... qui c'è Jim a rapporto".

Il padre si sentì uno stupido, disse a Jim che andava bene, che era il benvenuto in chiesa quando voleva. Il sacerdote si inginocchiò davanti all'altare, si sentì riempire il cuore dal grande calore dell'amore e incontrò Gesù. Mentre le lacrime scendevano sulle sue guance, nel suo cuore ripeteva la preghiera di Jim: "Sono venuto solo per dirti, Signore, quanto sono felice da quando ti ho incontrato attraverso i miei simili e mi hai liberato dai miei peccati... non so molto bene come pregare, però penso a te tutti i giorni... beh, Gesù... eccomi a rapporto!".
 Un dato giorno il sacerdote notò che il vecchio Jim non era venuto. I giorni passavano e Jim non tornava a pregare. Il padre iniziò a preoccuparsi e un giorno andò alla fabbrica a chiedere di lui; lì gli dissero che Jim era malato e che i medici erano molto preoccupati per il suo stato di salute, ma che tuttavia credevano che avrebbe potuto farcela. Nella settimana in cui rimase in ospedale Jim portò molti cambiamenti, egli sorrideva sempre e la sua allegria era contagiosa. La caposala non poteva capire perché Jim fosse tanto felice dato che non aveva mai ricevuto né fiori, né biglietti augurali, né visite. Il sacerdote si avvicinò al letto di Jim con l'infermiera e questa gli disse, mentre Jim ascoltava: "Nessun amico è venuto a trovarlo, non ha nessuno". Sorpreso il vecchio Jim disse sorridendo: "L'infermiera si sbaglia, però lei non può sapere che tutti i giorni, da quando sono arrivato qui, a mezzogiorno, un mio amato amico viene, si siede sul letto, mi prende le mani, si inclina su di me e mi dice: «Sono venuto solo per dirti, Jim , quanto sono stato felice da quando ho trovato la tua amicizia e ti ho liberato dai tuoi peccati. Mi è sempre piaciuto ascoltare le tue preghiera, ti penso ogni giorno... beh, Jim... qui c'è Gesù a rapporto!»".