I cristiani, in questo straordinario giorno, si salutono con queste parole: "Gesù è risorto!" E l'interlocutore risponde: "E' veramente risorto: Alelluia!"domenica 8 aprile 2012
PASQUA: GESU' E' RISORTO!
I cristiani, in questo straordinario giorno, si salutono con queste parole: "Gesù è risorto!" E l'interlocutore risponde: "E' veramente risorto: Alelluia!"Esso è un grido, più che un saluto. E' il grido che prorompe da un cuore traboccante di riconoscenza per Colui che sfidando la morte, abracciando la sofferenza ha sconfitto per noi la morte derivante dal peccato concedendoci la possibilità di ritornare nelle braccia del Padre e raggiungere la vita eterna. I mezzi? Il sangue e l'acqua scaturenti dal Suo costato segno di quel cuore che da quando è nato non ha smesso di palpitare un solo istante per coloro che Egli amò sino alla fine, cioè sino all'ultima goccia del Suo Preziosissimo Sangue: Cristo Gesù nostro Signore per le sue creature!
All'inizio di questo breve post ho scritto che: "I cristiani si salutano...". Non è certo, la mia, un'annotazione settaria, nel senso che Cristo Gesù è per tutti, la Santa Madre Chiesa è per tutti. Le porte del cuore di Dio, ovvero le piaghe del Figlio e in particolare quelle del costato, sono state squarciate per tutti e ogni essere vivente e ripeto OGNI ESSERE VIVENTE è figlio del Padre Celeste e componente del Corpo Mistico di Gesù stesso: la Santa Madre Chiesa. Nessuno può arrogarsi il diritto di escludere nessuno, come ha più volte ripetuto il Santo Padre, Benedetto XVI, e nessuno, se anche venisse escluso deve sentirsi tale, giacchè, Cristo è morto per l'umanità intera senza distinzioni.
Per questo motivo, parafrasando le parole del Beato Giovanni Paolo II, tratte dal Vangelo: spalancate le porte a Cristo! Non abbiate paura! Gesù ha vinto la morte eterna e ci ha riscattato dal potere delle tenebre. Sappiate che ognuno di noi vale come finissimo oro innanzi a Dio e che di ogni essere vivente Egli ha impresso il nome sui suoi palmi perché neanche un capello di ogni suo figlio andrà perduto, per chi liberamente dirà, con cuore sincero ed indiviso il suo SI a Cristo Signore, giacché, come disse il Beato Pontefice: "Voi valete quanto vale il vostro cuore".
Uscite dai sepolcri delle vite tristi ed ingrigite dal dolore. Sappiate che c'è speranza e vita per tutti e per ognuno c'è posto nel cuore di Dio e per una vita di resurrezione. Indossiamo l'armatura della fede e le armi della preghiera e del digiuno e prorompendo in grida di vittoria ed esultanza proclamiamo che: GESU' E' RISORTO. E' VERAMENTE RISORTO. ALLELUIA!
AUGURO UN'ARDENTE PASQUA DI VITA ETERNA A TUTTI, E DI PACE E SERENITA' AD OGNI FAMIGLIA!
sabato 7 aprile 2012
TRIDUO PASQUALE - SABATO SANTO
In questo giorno le chiese sono spoglie. I fedeli vegliano in preghiera come Maria e insieme a Maria, condividono gli stessi sentimenti di dolore e di fiducia in Dio. Giustamente si raccomanda di accostarsi al sacramento della Penitenza (la confessione), per poter partecipare realmente rinnovati alle feste pasquali e di conservare durante tutta la giornata un clima orante, favorevole alla meditazione e alla riconciliazione. Il raccoglimento e il silenzio del Sabato Santo ci condurranno nella notte alla solenne Veglia pasquale, "madre di tutte le veglie", quando proromperà in tutte le chiese e comunità il canto della gioia per la risurrezione di Cristo. Ancora una volta, verrà proclamata la vittoria della luce sulle tenebre, della vita sulla morte. Ci accompagni in questo giorno la Vergine Santa, che ha seguito in silenzio il Figlio Gesù fino al Calvario, prendendo parte con grande pena al suo sacrifico, cooperando così al mistero della Redenzione e divenendo Madre di tutti i credenti ( Gv 19, 25-27). Insieme a lei entreremo nel Cenacolo, resteremo ai piedi della Croce, veglieremo idealmente accanto al Cristo morto attendendo con speranza l'alba del giorno radioso della risurrezione. Il significato di questo giorno è ben espresso dalla seconda lettura dell'uficio delle letture del Sabato Santo tratta dal breviario (o LIturgie delle Ore) e qui di seguito riportata affinché possiate meditarla:LA DISCESA AGLI INFERI DEL SIGNORE
Da un'antica "Omelia sul Sabato Santo"
Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.
Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.
Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.
Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura.
Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.
Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all'albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire. Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell'inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.
Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.
Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l'eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli».
Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.
Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.
Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura.
Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.
Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all'albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire. Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell'inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.
Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.
Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l'eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli».
Auguro a tutti una Santa Pasqua di resurrezione!
venerdì 6 aprile 2012
TRIDUO PASQUALE - VENERDI' SANTO: PASSIONE DEL SIGNORE
Il Venerdì Santo è il giorno della passione e della crocifissione del Signore Gesù Cristo. Ogni anno, ponendoci in silenzio di fronte a Gesù appeso al legno della Croce, avvertiamo quanto siano piene di amore le parole da lui pronunciate la vigilia, nel corso dell'Ultima Cena: "Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti" (Mc 14, 24). Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell'umanità. Come di fronte all'Eucaristia, così di fronte alla passione e morte di Gesù in Croce il mistero si fa insondabile per la ragione. Siamo posti davanti a qualcosa che umanamente appare assurdo: un Dio che non solo si fa uomo, con tutti i bisogni dell'uomo, non solo soffre per salvare l'uomo, caricandosi di tutta la tragedia dell'umanità, ma muore per l'uomo. La morte di Cristo richiama il cumulo di dolore e di mali che grava sull'umanità di ogni tempo: il peso schiacciante del nostro morire. La passione del Signore continua nella soffernza degli uomini. Come giustamente Blaise Pascal: "Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo" (Pensieri, 553). Se il Venerdì Santo è giorno pieno di tristezza, è dunque al tempo stesso, giorno quanto mai propizio per ridestare la nostra fede, per rinsaldare la nostra speranza e il coraggio di portare ciascuno la nostra croce con umiltà, fiducia ed abbandono in Dio, certi del suo sostegno e della sua vittoria. Canta la liturgia questo giorno: "O Crux, ave, spes unica. Ave, o Croce, unica speranza". Vi ricordo un dovere che tutti i credenti hanno, innanzi a Dio e alla Chiesa, nata dal fianco squarciato di Cristo stesso e dunque obbedire alla Chiesa ed al Papa è obbedire a Dio stesso:
IL VENERDI' SANTO E' RICHIESTO A TUTTI I FEDELI CON PIU' DI 14 ANNI L'ASTINENZA DALLE CARNI E AI FEDELI TRA I 18 E I 60 IL COMPLETO DIGIUNO.
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MORTE PER CROCE-FISSIONE:
LA STORIA
La pena della croce
La pena della crocifissione era diffusa presso molte popolazioni antiche, come gli Assiri e i Persiani, gli Indiani, gli Sciiti, ed è stata portata in occidente da Alessandro Magno. Il primo vero «successo» l'ha conosciuto soprattutto presso i Cartaginesi, ma furono forse i Romani il popolo che ne fece il ricorso più frequente e spietato: in seguito alla rivolta di Spartaco, nel 71 a.C., oltre seimila ribelli furono giustiziati in quel modo. La crocifissione per legge era riservata agli schiavi, ai prigionieri di guerra e ai rivoltosi, e in quell'occasione fu esercitata con fredda efficienza su tutti coloro che si erano ribellati al potere centrale: chiunque viaggiasse tra Capua e Roma poté vedere per giorni, ai lati della strada, i corpi rimasti sulle croci che venivano straziati dagli animali predatori e dalla forza degli agenti atmosferici. Ma faceva parte della pena che il cadavere non trovasse sepoltura ancora intatto e fosse esposto allo sguardo dei passanti, in segno di disprezzo per i morti ma anche di monito per i vivi. L'imperatore Tito, nel 71 d.C., concluso con successo l'assedio di Gerusalemme, fece crocifiggere fuori della città gli sconfitti al tasso di 500 al giorno, fintanto che non ci fu più posto ove piantare le croci (o almeno così la racconta lo storico ebreo Giuseppe Flavio). Soltanto con Costantino, nel 341 d.C., la crocifissione venne ufficialmente abolita dal novero delle condanne a morte, anche se già da tempo vi si faceva ricorso assai di rado. E ciò malgrado la storia di questa infamante pena capitale non giunse a termine. Casi di giustiziati sulla croce si ritrovano nelle cronache di vari secoli successivi, anche se si è trattato per lo più di vicende accadute in luoghi distanti dall'Europa continentale. Tra gli altri, sono ben documentati i casi di un giovane turco che subì questo martirio nel 1247 a Damasco e quelli di alcuni gesuiti e altri religiosi giapponesi ed europei che a motivo della loro fede vennero crocifissi a Nagasaki il 5 febbraio del 1597. Nel 1824 il capitano inglese Clipperton vide in Sudan un uomo agonizzare per tre giorni sulla croce e da un autore posteriore è stato riferito che il reverendo McElders, anch'egli inglese, avrebbe constatato intorno alla metà dell'Ottocento che questo tipo di condanna a morte veniva comminato con una certa frequenza nel Madagascar. Ci sono testimonianze secondo le quali anche nei campi di prigionia austroungarici, nel corso della prima guerra mondiale, si praticava la crocifissione e almeno un testimone oculare ha parlato di atti simili compiuti dai nazisti nel campo di concentramento di Dachau durante la seconda guerra mondiale. Ovunque e da chiunque – compresi coloro i quali la infliggevano – questa forma di pena capitale è stata giudicata come la più crudele, la più infamante, la più disumana. Consisteva nel dare la morte con lentezza allo scopo di aumentare e portare a un limite insopportabile la sofferenza del condannato. Il corpo di quest'ultimo si sfigurava orribilmente e non è un caso che i giustiziati, con una scritta che denotava il loro crimine, venissero lasciati per giorni sulla croce esposti allo sguardo dei passanti: la vista di uno spettacolo tanto drammatico era considerata il deterrente migliore contro chi avesse la tentazione di commettere lo stesso reato che già aveva prodotto una morte simile. Reato di tradimento, per lo più, presso gli ebrei, che comunque in genere le preferivano l’uccisione per lapidazione.
Anatomia del supplizio
La croce era, nel mondo antico, sostanzialmente divisa in due parti che, ricomposte, formavano una sorta di T, con un asse verticale che veniva conficcato nel terreno e un «patibulum» destinato ad essere collocato trasversalmente. Il piede e il patibulum erano dello stesso legno: il primo lungo circa 2,5-3,5 metri, il secondo di 150-180 cm. Il patibulum presentava un foro in corrispondenza della porzione centrale, così da poter essere incastrato sulla sommità dell'asse verticale a formare una struttura solida, ben piantata a terra. Occasionalmente sull'asse verticale veniva apposto un «sedile» ad altezza opportuna, per permettere al condannato di appoggiarvi il peso del corpo. Nel periodo romano e quando la crocifissione era abbastanza frequente gli assi verticali erano già posizionati conficcati al suolo, pronti a svolgere la loro funzione: in generale disposti fuori delle mura di cinta della città, raccolti in un'area appositamente destinata alle esecuzioni. L'asse trasversale era invece mobile e veniva portato sulle spalle dal condannato, da dove gli veniva comminata la pena fino al luogo ove doveva avvenire la crocifissione. Questa rappresentava in sostanza soltanto l'ultimo atto di un supplizio che iniziava con la fustigazione del condannato, spogliato delle vesti e legato a una colonna. Il numero e la violenza dei colpi di frusta determinavano lacerazioni più o meno profonde dei tessuti cutanei e sottocutanei del condannato, che poteva andare incontro a perdite ematiche consistenti e a traumi gravi che ne comportavano la morte. Di tutti i sistemi giuridici, soltanto la legge romana sanciva esplicitamente che la vittima dovesse spirare in croce e che quindi occorresse evitare che la sua morte in questa fase preliminare. Ad ogni modo il supplizio determinava un notevole indebolimento dell'organismo, destinato ad accentuarsi con la prova successiva cui il condannato era costretto: portare il patibulum sulle spalle fino al luogo della crocifissione. Le braccia del condannato erano distese e legate con corde all'asse trasversale della croce, appoggiato sulle sue spalle. Una scritta che specificava il crimine di cui si era macchiato gli veniva appesa al collo e in queste condizioni si doveva compiere il tragitto fino al luogo del supplizio finale. A causa del peso non trascurabile del patibulum, della già subita fustigazione e delle asperità del terreno, era molto probabile che lungo il percorso il condannato cadesse più volte a terra con la faccia in avanti; il fatto di avere le braccia distese e legate all’asse trasversale gli impediva di proteggersi il viso. Una volta giunto al luogo della crocifissione, comunque, gli veniva data una mistura di mirra e vino acre, allo scopo di alleviargli parzialmente il dolore.
Croce-fissione
Disteso con la schiena a terra, le mani del condannato erano fissate alla croce mediante chiodi ed eventualmente assicurate meglio legandole al patibulum con pezze di stoffa annodate. In mancanza di una documentazione precisa che specifichi il punto ove i chiodi venivano conficcati, diversi autori hanno compiuto vere e proprie indagini sperimentali nell'intento di chiarire la questione. Il chirurgo francese Pierre Barbet, nel 1931, ha applicato un peso consistente al braccio prelevato da un cadavere e l'ha poi appeso conficcando un chiodo al centro del palmo della mano: entro pochi minuti i tessuti molli si sono lacerati, indicando che non sarebbe stato possibile, in questo modo, sospendere in croce un individuo. Maggior «successo» ha ottenuto invece inserendo un chiodo a sezione quadrata all’altezza della prima piega del polso, riuscendo a dimostrare in questo modo che sono sufficienti tre chiodi per mantenere un corpo umano adulto attaccato a una croce. Successivamente, un altro autore ha ipotizzato che i chiodi venissero passati in uno spazio tra le ossa carpali e metacarpali, mentre un ricercatore israeliano, V. Tzaferis, riferendosi alle lesioni visibili in uno scheletro rinvenuto a Giv'at ha-Mivtar, nel 1970 ha sostenuto la tesi che i chiodi venissero infissi alla base del polso, così che il peso del corpo fosse sostenuto dall'unione delle estremità distali di radio e ulna. Pochi anni dopo, comunque, l'interpretazione dei segni di quello scheletro come tracce di chiodi è stata contestata da altri specialisti israeliani – dell'opinione che si trattasse soltanto di lesioni accidentali dovute alle operazioni di sepoltura – e ciò di fatto ha riaperto il problema, sul quale ha continuato a persistere una certa disparità di opinione. Recentemente nuove indicazioni per la localizzazione al polso sono state fornite da un altro francese, B. Lussiez, che ha anche verificato con prove su cadaveri che l’infissione di chiodi in quella posizione risulta particolarmente facile: è la conformazione stessa dell’articolazione a guidare naturalmente il chiodo, dopo un primo colpo di forza media, a incunearsi negli spazi liberi tra le ossa di quel distretto anatomico. Lussiez ha ripetuto le prove ottenendo il medesimo risultato anche ponendo un tassello di legno al di sopra della porzione ventrale del polso, come pare avvenisse nell’antichità. I suoi dati sembrano confermare ora in via definitiva in questa soluzione al problema della localizzazione dei chiodi. Un’altra rilevante disparità di opinioni permane tuttavia tra gli studiosi in merito alla posizione assunta dal corpo della persona crocifissa, una volta che il patibulum era stato issato sopra lo stelo, a formare la croce. Per alcuni, le braccia del condannato erano girate dietro il patibulum e i piedi inchiodati ai due lati dell'asse verticale, così che il corpo potesse sorreggersi per un periodo piuttosto lungo; per altri un unico chiodo attraversava le ossa del metatarso dei due piedi sovrapposti l'uno all'altro e questo era l'unico appoggio sul quale il condannato potesse far leva per alleviare il carico ponderale applicato ai chiodi dell'arto superiore. Sono state ipotizzate posizioni decisamente insolite, come ad esempio che il condannato fosse voltato con la faccia verso la croce, ma le considerazioni che hanno motivato simili proposte non sembrano scientificamente o storicamente fondate. Ancora Tzaferis, sulla base dei resti ossei ritrovati in antichi luoghi di sepoltura, ha così ricostruito quella che per lui era la modalità più comune di crocifissione: «I piedi erano uniti in posizione quasi parallela ed entrambi trafitti al calcagno dallo stesso chiodo, con le gambe adiacenti. Le ginocchia erano piegate, con il destro sovrapposto al sinistro. Il busto, girato di lato, sedeva su un appoggio. Le braccia erano distese verso l'esterno, ciascuna fissata con un chiodo all'avambraccio». Una volta sulla croce, il condannato poteva sopravvivere per periodi variabili, in dipendenza di una serie di fattori: robustezza e costituzione fisica, età e stato di alimentazione, intensità della fustigazione e dei maltrattamenti subiti in precedenza, quantità di sangue e di liquidi corporei perduti, numero e gravità delle ferite riportate. Secondo la maggior parte degli autori, la morte sopraggiungeva di solito dopo diverso tempo, da uno o due giorni fino a quattro o cinque; ma Origene ha citato due condannati, Timoteo e Maura, che non morirono che al decimo giorno. La lunga durata della sofferenza d'altronde faceva parte della pena e ad avvalorare questa tesi sono almeno due macabri particolari: uno rappresentato dal piccolo appoggio posto lungo il braccio verticale della croce che doveva servire al condannato per «riposarsi» e non cedere alla sofferenza, l'altro costituito dall'usanza di spezzare le ossa di braccia e gambe del crocifisso quando si voleva accelerarne la fine. Ovviamente la capacità di resistenza del condannato dipendeva anche dal tipo di crocifissione attuato. Se il peso del corpo era sorretto dalle braccia accavallate al patibulum i tempi potevano protrarsi anche molto; se il tronco era contorto di lato, ciò affrettava il momento della morte. In questa fase i singoli aspetti della sofferenza si univano e si sovrapponevano accentuandosi a vicenda. Notevole doveva essere il dolore dovuto alle ferite, su alcune delle quali si esercitava ancora la sollecitazione del peso del corpo. La difficoltà di respirazione determinata dall'estensione della gabbia toracica veniva a tratti alleviata, fin quando il condannato aveva la forza di tirarsi su facendo leva sulle braccia o sorreggendosi sulle gambe e sul piccolo sedile della croce.
E insopportabile si faceva la sete, conseguente alla perdita di ingenti quantità di liquidi che presto subentrava; se il supplizio si protraeva, allora si manifestavano anche febbre e fame.
Disteso con la schiena a terra, le mani del condannato erano fissate alla croce mediante chiodi ed eventualmente assicurate meglio legandole al patibulum con pezze di stoffa annodate. In mancanza di una documentazione precisa che specifichi il punto ove i chiodi venivano conficcati, diversi autori hanno compiuto vere e proprie indagini sperimentali nell'intento di chiarire la questione. Il chirurgo francese Pierre Barbet, nel 1931, ha applicato un peso consistente al braccio prelevato da un cadavere e l'ha poi appeso conficcando un chiodo al centro del palmo della mano: entro pochi minuti i tessuti molli si sono lacerati, indicando che non sarebbe stato possibile, in questo modo, sospendere in croce un individuo. Maggior «successo» ha ottenuto invece inserendo un chiodo a sezione quadrata all’altezza della prima piega del polso, riuscendo a dimostrare in questo modo che sono sufficienti tre chiodi per mantenere un corpo umano adulto attaccato a una croce. Successivamente, un altro autore ha ipotizzato che i chiodi venissero passati in uno spazio tra le ossa carpali e metacarpali, mentre un ricercatore israeliano, V. Tzaferis, riferendosi alle lesioni visibili in uno scheletro rinvenuto a Giv'at ha-Mivtar, nel 1970 ha sostenuto la tesi che i chiodi venissero infissi alla base del polso, così che il peso del corpo fosse sostenuto dall'unione delle estremità distali di radio e ulna. Pochi anni dopo, comunque, l'interpretazione dei segni di quello scheletro come tracce di chiodi è stata contestata da altri specialisti israeliani – dell'opinione che si trattasse soltanto di lesioni accidentali dovute alle operazioni di sepoltura – e ciò di fatto ha riaperto il problema, sul quale ha continuato a persistere una certa disparità di opinione. Recentemente nuove indicazioni per la localizzazione al polso sono state fornite da un altro francese, B. Lussiez, che ha anche verificato con prove su cadaveri che l’infissione di chiodi in quella posizione risulta particolarmente facile: è la conformazione stessa dell’articolazione a guidare naturalmente il chiodo, dopo un primo colpo di forza media, a incunearsi negli spazi liberi tra le ossa di quel distretto anatomico. Lussiez ha ripetuto le prove ottenendo il medesimo risultato anche ponendo un tassello di legno al di sopra della porzione ventrale del polso, come pare avvenisse nell’antichità. I suoi dati sembrano confermare ora in via definitiva in questa soluzione al problema della localizzazione dei chiodi. Un’altra rilevante disparità di opinioni permane tuttavia tra gli studiosi in merito alla posizione assunta dal corpo della persona crocifissa, una volta che il patibulum era stato issato sopra lo stelo, a formare la croce. Per alcuni, le braccia del condannato erano girate dietro il patibulum e i piedi inchiodati ai due lati dell'asse verticale, così che il corpo potesse sorreggersi per un periodo piuttosto lungo; per altri un unico chiodo attraversava le ossa del metatarso dei due piedi sovrapposti l'uno all'altro e questo era l'unico appoggio sul quale il condannato potesse far leva per alleviare il carico ponderale applicato ai chiodi dell'arto superiore. Sono state ipotizzate posizioni decisamente insolite, come ad esempio che il condannato fosse voltato con la faccia verso la croce, ma le considerazioni che hanno motivato simili proposte non sembrano scientificamente o storicamente fondate. Ancora Tzaferis, sulla base dei resti ossei ritrovati in antichi luoghi di sepoltura, ha così ricostruito quella che per lui era la modalità più comune di crocifissione: «I piedi erano uniti in posizione quasi parallela ed entrambi trafitti al calcagno dallo stesso chiodo, con le gambe adiacenti. Le ginocchia erano piegate, con il destro sovrapposto al sinistro. Il busto, girato di lato, sedeva su un appoggio. Le braccia erano distese verso l'esterno, ciascuna fissata con un chiodo all'avambraccio». Una volta sulla croce, il condannato poteva sopravvivere per periodi variabili, in dipendenza di una serie di fattori: robustezza e costituzione fisica, età e stato di alimentazione, intensità della fustigazione e dei maltrattamenti subiti in precedenza, quantità di sangue e di liquidi corporei perduti, numero e gravità delle ferite riportate. Secondo la maggior parte degli autori, la morte sopraggiungeva di solito dopo diverso tempo, da uno o due giorni fino a quattro o cinque; ma Origene ha citato due condannati, Timoteo e Maura, che non morirono che al decimo giorno. La lunga durata della sofferenza d'altronde faceva parte della pena e ad avvalorare questa tesi sono almeno due macabri particolari: uno rappresentato dal piccolo appoggio posto lungo il braccio verticale della croce che doveva servire al condannato per «riposarsi» e non cedere alla sofferenza, l'altro costituito dall'usanza di spezzare le ossa di braccia e gambe del crocifisso quando si voleva accelerarne la fine. Ovviamente la capacità di resistenza del condannato dipendeva anche dal tipo di crocifissione attuato. Se il peso del corpo era sorretto dalle braccia accavallate al patibulum i tempi potevano protrarsi anche molto; se il tronco era contorto di lato, ciò affrettava il momento della morte. In questa fase i singoli aspetti della sofferenza si univano e si sovrapponevano accentuandosi a vicenda. Notevole doveva essere il dolore dovuto alle ferite, su alcune delle quali si esercitava ancora la sollecitazione del peso del corpo. La difficoltà di respirazione determinata dall'estensione della gabbia toracica veniva a tratti alleviata, fin quando il condannato aveva la forza di tirarsi su facendo leva sulle braccia o sorreggendosi sulle gambe e sul piccolo sedile della croce.
E insopportabile si faceva la sete, conseguente alla perdita di ingenti quantità di liquidi che presto subentrava; se il supplizio si protraeva, allora si manifestavano anche febbre e fame.
Atto finale
Anche sulla natura della morte per crocifissione manca un accordo totale tra gli esperti che si sono occupati della questione. Ipotizzata nel 1925 e poi riproposta da Barbet nel 1953, l’ipotesi più «tradizionale» vuole che il decesso derivasse da asfissia, in accordo d’altronde con quanto era stato asserito da alcune testimonianze «recenti» di torture inflitte a prigionieri, rispettivamente, durante la prima guerra mondiale e nel campo di concentramento di Dachau. In quest'ultimo caso chi fornì la testimonianza (un individuo senza cultura medica) parlò di condannati che «venivano appesi per le mani, affiancate o distanziate. I piedi erano a qualche distanza dal suolo. Dopo poco la difficoltà di respirare diventava intollerabile. La vittima cercava di alleviarla tirandosi sulle braccia, il che le permetteva di riprender fiato: riusciva a tirarsi su ogni trenta o sessanta secondi. Poi gli attaccavano dei pesi ai piedi per renderlo più pesante e impedirgli di fare in quel modo ed entro tre o quattro minuti sopraggiungeva l'asfissia. All'ultimo momento toglievano i pesi, in modo che potesse riprendersi tirandosi nuovamente su... dopo un'ora questo sollevarsi diventava sempre più frequente, ma anche sempre più debole. L'asfissia aumentava progressivamente, come era evidente dal fatto che la gabbia toracica si dilatava al massimo e la zona epigastrica si faceva estremamente concava... La pelle diventava violetta. Una sudorazione abbondante cominciava in tutto il corpo, cadendo a terra e bagnando il pavimento. Era particolarmente abbondante, in maniera straordinaria, durante gli ultimi minuti prima della morte. I capelli e la barba ne erano letteralmente bagnati» (testimonianza raccolta da Barbet). Un'altra osservazione, relativa a un individuo appeso per i polsi, rivelò un pallore diffuso in pochi minuti, respirazione superficiale, caduta della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca, pronunciata diminuzione della capacità vitale: tutti segni in accordo con l'ipotesi di una morte per asfissia. In un esperimento effettuato di recente (Scott, 1995) questo quadro è stato sostanzialmente confermato: un individuo crocifisso con chiodi ai piedi tenderebbe a sollevarsi finendo per assumere una posizione asimmetrica, ma lo sforzo dopo un po' porterebbe a un'iperestensione dei polmoni, a disidratazione, ipovolemia e acidosi respiratoria e metabolica. Si produrrebbero crampi muscolari, mentre si acuirebbero il dolore delle ferite e il senso di sete. Con il passare del tempo aumenterebbe la fatica di tirarsi su e i momenti di riposo si distanzierebbero, finché alla fine si cederebbe all'asfissia A favore dell'ipotesi della morte per difficoltà respiratorie si erano pronunciati anche altri autori nel 1963, sebbene sia da segnalare che quindici anni dopo alcuni specialisti americani hanno sostenuto che questo non sarebbe altro che un cofattore all'interno di una situazione più complessa, che prevederebbe anche insufficienza cardiaca e versamento pericardico. Un cedimento del cuore è stato suggerito oltre cento anni fa e riproposto da autori recenti; mentre embolia coronarica successiva a ipovolemia, ipossiemia e turbe della coagulazione, in grado di determinare infarto miocardico, è al centro della tesi avanzata nel 1986 sul JAMA da un gruppo di specialisti americani. Alla metà del secolo scorso è stato teorizzato che la morte per crocifissione fosse dovuta a insufficienza cardiaca secondaria a uno shock prodotto dallo sfinimento, dal dolore e dalla perdita di sangue: posizione condivisa integralmente da vari cardiologi (1964) e altri specialisti all'interno di quadri più articolati.
Un esperimento dal vivo
Venticinque anni fa è stata pubblicata (su una rivista di medicina legale canadese) quella che è forse la ricerca sperimentale più completa sulla crocifissione, mirante a raccogliere informazioni attendibili sulle alterazioni di tutti i principali parametri vitali. La croce usata era alta circa 2,30 metri, con braccia lunghe 2 metri, e i volontari – giovani sani di 20-35 anni – vi sono stati fissati mediante una sorta di guanti di cuoio per i polsi e con legacci per i piedi. La sospensione è durata dai 5 ai 45 minuti, durante i quali sono state effettuate registrazioni ECG, rilevazioni di pressione sanguigna, frequenza cardiaca, respirazione e capacità vitale, emogasanalisi e prelievi di sangue venoso. È stato svolto un attento controllo delle difficoltà respiratorie; sono state valutate le alterazioni del colorito cutaneo; è stata tenuta nota delle contrazioni muscolari e della sudorazione. I volontari, inoltre, erano tenuti a segnalare le sensazioni di dolore, le difficoltà respiratorie avvertite e ogni alterazione delle loro condizioni psicologiche.Dal punto di vista dei movimenti effettuati dopo la crocifissione, si è notato che quei soggetti tendevano a puntare il peso del corpo sui piedi, con la conseguenza che i gomiti si piegavano ma i polsi rimanevano praticamente nella posizione precedente. Tutti i volontari hanno denunciato crampi alle gambe, alle braccia e alle spalle. Entro pochi minuti il loro respiro si faceva molto frequente e raggiungeva valori anche quattro volte quelli normali. Entro sei minuti iniziava una sudorazione copiosa e molti soggetti mostravano opistotono. Subito dopo si producevano contrazioni muscolari, sebbene non si manifestassero ancora particolari difficoltà respiratorie. A questo punto, comunque, alcuni soggetti hanno ammesso di aver provato un'intensa sensazione di panico. La tachicardia raggiungeva i 120 battiti/minuto, però non sono stati registrati casi di aritmia. La pressione sanguigna si innalzava. Non sono state osservate alterazioni del tratto ST sull'ECG. La saturazione dell'ossigeno e il pH arterioso rimanevano immodificati, mentre la pO2 era stabilmente su valori medi di 98 mmHg. I livelli di acido lattico toccavano i 48mg%; la SGOT saliva oltre 2 volte e mezza il normale e la CPK si quintuplicava (ma senza la componente cardiaca). L'autore dello studio ne ha concluso che la morte in croce dovesse avvenire non per asfissia bensì per shock: le percosse ricevute dal condannato determinavano lesioni traumatiche alla parete toracica, con interessamento dei polmoni; si accentuavano disidratazione, ipotensione e ipossia, con sviluppo di acidosi, anormalità degli elettroliti e susseguente aritmia cardiaca. L'insufficienza coronarica e l'ischemia del miocardio diminuivano la gettata e in ultimo si produceva arresto cardiaco. II quadro sembra convincente, ma è stato osservato che un conto sono esperienze che durano pochi minuti, per di più eseguite con giovani volontari in buona salute, un altro i casi reali di crocifissione, che coinvolgevano di norma individui debilitati e comunque sottoposti al supplizio per ore o giorni. D'altra parte si dovrebbe forse non trascurare un elemento che invece non è stato mai preso in considerazione nelle esperienze e nelle analisi documentarie: quello delle condizioni climatiche dei luoghi ove maggiormente si praticava l'esecuzione (Medio Oriente e Paesi del Mediterraneo), condizioni caratterizzate da notevole calore nelle ore del giorno e da freddo intenso durante la notte. L'esposizione a stati atmosferici tanto diversi poteva incidere su diversi parametri fisiologici e avere un ruolo non indifferente nel processo che portava a morte il condannato. Di fatto, gli studi su questo tema hanno mancato finora di registrare un accordo generale tra gli esperti che se ne sono occupati, desiderosi alcuni di salvaguardare certi presupposti religiosi, intenzionati altri a vagliare la questione soltanto con il criterio dei dati della scienza medica. Non tenendo conto degli studi pubblicati in forma di volume, richiamando in PubMed la voce «crucifixion» risultano censiti nell’editoria scientifica internazionale 24 articoli specialistici, un terzo dei quali relativo ai soli anni Duemila. Se quella che pare una tendenza all’intensificazione degli interventi in questo settore continuerà ancora, è possibile che in un futuro non molto lontano si debbano prendere in considerazione nuove ricerche, nuove ipotesi e nuovi modelli esplicativi su questa antica pratica di esecuzione, che nonostante la sua drammatica e violenta fama ha avuto un ruolo rilevante all’interno della storia, sia religiosa che laica.
giovedì 5 aprile 2012
Settimana Santa: GIOVEDI' SANTO
Il giovedì Santo si compone di due messe: quella del Crisma, celebrata di mattina, e quella della Cena del Signore, celebrata la sera che da inizio ufficiale alla Triduo Pasquale.
SANTA MESSA DEL CRISMA
Preludio al Triduo Pasquale è la solenne Messa Crismale che, nella mattina del Giovedì Santo, il Vescovo celebra con il proprio presbiterio. Nel corso della celebrazione i sacerdoti rinnovano le promesse sacerdotali pronunciate il giorno dell'Ordinazione, ribadendo così la propria fedeltà a Cristo e il desiderio di vivere la gioia del servizio ministeriale. Da parte loro i fedeli ringraziano per l'amore che Cristo offre per mezzo dei suoi ministri della sua grazia e pregano affinché i giovani considerino il dono della vocazione sacerdotale. Sempre nella Messa Crismale viene benedetto l'olio degli infermi e quello dei catecumeni e viene consacrato il Crisma. Riti, questi, con i quali sono simbolicamente significate la pienezza del Sacerdozio di Cristo e quella comunione ecclesiale che deve animare il popolo cristiano, radunato per il sacrificio eucaristico e vivificato nell'unità dal dono dello Spirito Santo. TRIDUO PASQUALE - GIOVEDI' SANTO:
CENA DEL SIGNORE
Nella Messa vespertina del Giovedì Santo, chiamata Cena del Signore, la Chiesa commemora l'istituzione dell'Eucaristia e del Sacerdozio ministeriale. Nel contesto della cena, Gesù lascia il comandamento nuovo della carità. Di quanto avvenne nel Cenacolo, la vigilia della passione del Signore, San Paolo offre una delle più antiche testimonianza: "Il Signore Gesù nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: << Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me >>. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: << Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me >> (1 Cor 11, 23 - 25). Parole cariche di mistero, che manifestano con chiarezza il volere di Cristo: sotto le specie del pane e del vino egli si rende presente col suo Corpo dato e col suo Sangue versato. E' il sacrificio della nuova e definitiva alleanza offerta a tutti, senza distinzione di razza e di cultura. E di questo rito sacramentale, che consegna alla Chiesa come prova suprema del suo amore, Gesù costituisce ministri i suoi discepoli e quanti ne proseguiranno il ministero nel corso dei secoli. Il Giovedì Santo costituisce pertanto un rinnovato invito a rendere grazie a Dio per il sommo dono dell'Eucaristia, da accogliere con devozione e da adorare con viva fede. Per questo, la Chiesa incoraggia, dopo la celebrazione della Santa Messa, a vegliare in presenza del Santissimo Sacramento, ricordando l'ora triste che Gesù passò in solitudine e preghiera nel Getsemani, prima di essere arrestato per poi venire condannato a morte. mercoledì 4 aprile 2012
Settimana Santa: MERCOLEDI'
Gesù, vedendo che la sua ora si avvicina, fa preparare la Pasqua. Durante la cena, annuncia il tradimento di Giuda. Egli vende Gesù per trenta monete d'argento, il prezzo di uno schiavo (Es 21,32). L'uomo svende così il suo Dio, il suo Creatore, il suo Amante! No, non è Giuda: è l'uomo di ieri e di oggi. Sono io! Ogni volta che lascio spazio ai miei comodi, a ciò che più mi conviene, alle mie tendenze sregolate, ogni volta che metto avanti a Dio il denaro, il successo, il piacere, l'ego, io svendo Dio. Lo valuto quanto uno schiavo. Dunque, sono chiamato ad interrogarmi su quanto vale per me il Signore Gesù Cristo, sulla mia conversione e su ciò che stia facendo per lasciar risuonare in me quell'accorato "Amico!", con cui Gesù mi raggiunge nell'ora del Getsemani. martedì 3 aprile 2012
Settimana Santa: MARTEDI'
Notte. Nel cuore di Giuda è buio fitto, la luce non riesce a scalfire la sua fragilità, la sua paura. E' notte e tutto appare distorto, diverso, cambiato, difficile. I discepoli si guardano gli uni gli atri chiedendosi chi è il traditore, invece di guardare nel proprio cuore. Anche Pietro presume della sua fede. Giura, promette, rassicura! Povero Pietro, non conosce ancora il suo limite. Ancora deve fare l'esperienza bruciante del suo fallimento per convertire il suo cuore e cambiare e garantire la fede dei suoi fratelli. Giovanni, il discepolo che Gesù ama, si china sul petto del Maestro per sapere di chi sta parlando e ne coglie il battito gonfio d'amore.Facciamo silenzio e mettiamoci in ginocchio davanti a tanto amore, chiediamo perdono per tutte quelle volte che non capiamo, che non vediamo, che non cogliamo la misura dell'amore di Dio.
venerdì 30 marzo 2012
Il centro della vita in Cristo Gesù: La Settimana Santa
Domenica delle Palme: inizio della Settimana Santa
La Domenica delle Palme, che celebreremo, ci introduce nella Settimana Santa, nella quale siamo chiamati a ripercorrere, con Cristo, giorno per giorno i momenti culminanti della sua passione e morte, per giungere con cuore rinnovato al mattino di Pasqua, che è sorgente di tutte le altre celebrazioni dell'anno. Infatti, tutte si riferiscono al mistero della Pasqua da cui scaturisce la salvezza nostra e del mondo per mezzo di Gesù Cristo che vivendo la sua Passione non ha guardato solo alla nostra povera condizione di uomini corrotti dal peccato, ma è andato ben oltre: "Egli ha preso su di se le nostre malattie, si è caricato delle nostre sofferenze (...). (...) è stato ferito per le nostre colpe, è stato schiacciato per i nostri peccati. Egli è stato punito, e noi siamo stati salvati. Egli è stato percosso, e noi siamo guariti. Noi tutti eravamo come pecore smarrite (...). Ma il Signore ha fatto pesare su di lui le colpe di tutti noi". (Parole tratte dal Libro della Bibbia del profeta Isaia. Capitolo 53; versetti: da 4 al 6).
- La Domenica delle Palme: in cui si fa memoria della passione del Signore Gesù. La liturgia di questo giorno solenne ha due momenti significativi:
1°=> la processione degli ulivi => ricordo dell'entrata festosa di Gesù a Gerusalemme ed espressione della nostra fede, mediante la quale riconosciamo in Gesù il Messia, il Signore e Re della nostra vita per mezzo dell'ascolto della sua Parola che è Parola di vita eterna al grido di giubilo: "Osanna, benedetto colui che viene nel nome del Signore".
2°=> la lettura dell'intero racconto della passione secondo l'Evangelista Matteo => la liturgia della Parola ci porta a contemplare il mistero della nostra redenzione nella sofferenza del Signore. La nostra salvezza non passa dalle vie trionfali, ma da un mistero di amore e dolore accolto e vissuto fino in fondo per ognuno di noi: Dio si è fatto uomo per poter com-patire con l'uomo ogni sofferenza portando in essa consolazione d'amore partecipante.

- Il Giovedì Santo. Si celebra:
1° => la mattina la c.d. Messa crismale . Il vescovo, con tutti i sacerdoti della Diocesi, benedice gli oli santi che verranno utilizzati, nel corso dell'anno, per le celebrazioni dei Sacramenti. essi sono:
- olio dei catecumeni => per il battesimo;
- olio degli infermi => per l'Unzione degli in fermi;
-crisma (olio + profumo)= > per il Sacramento della Confermazione e per il Sacramento dell'Ordine;
- Il Sabato Santo:
I parte => il silenzio di preparazione alla veglia => la chiesa sosta presso il sepolcro del Signore, meditando la sua passione e morte in un profondo e fiducioso silenzio. Nella tradizione cristiana occidentale, il Sabato Santo è l'unico giorno senza celebrazione eucaristica ed è per questo che si suole dire è anche giorno del nascondimento di Dio, paradosso inaudito che noi esprimiamo nel Credo con le parole "disceso agli inferi" disceso dentro il mistero della morte. Tuttavia, siamo chiamati a vivere questo giorno nella fede che il Signore è vivente in mezzo a noi e con Maria preghiamo in attesa del glorioso evento della risurrezione. Grande importanza viene dato in questo giorno al sacramento della confessione indispensabile per riacquistare la grazia perduta a causa del peccato e così predisporsi a celebrare intimamente rinnovati la Pasqua.
- La veglia di preparazione alla Domenica di Pasqua =>
Quattro grandi simboli caratterizzano la liturgia della notte della risurrezione:
a) => la luce: Cristo morto, ma risorto è la luce del mondo da cui dobbiamo attingere il significato della nostra vita e della nostra esistenza. In definitiva: il Verbo si è incarnato per dare significato alla nostra esistenza.
b) => la parola: le letture dell'Antico Testamento, che in quest'occasione verranno proclamate, sono un compendio della storia della salvezza. Consapevoli di ciò, la Santa Madre Chiesa medita quanto Dio ha operato nella storia di tutta l'umanità.
c) => l'acqua: fecondata dallo Spirito Santo, essa genera il popolo santo di Dio. Con i nuovi battezzati, presenti nell'assemblea, tutta la Chiesa fa memoria e rinnova nelle "promesse battesimali" la propria fedeltà al dono ricevuto e agli impegni assunti in un continuo processo di rinnovamento, conversione e rinascita.
d) => il pane e il vino: il popolo rigenerato nel Battesimo per la potenza dello Spirito di Dio è ammesso al convito pasquale che corona la nuova condizione di liberta e riconciliazione in Cristo risorto. In questo modo il Signore rimane sempre con i "suoi" perchè imparino a passare ogni giorno da morte a vita nella carità.
La Domenica delle Palme, che celebreremo, ci introduce nella Settimana Santa, nella quale siamo chiamati a ripercorrere, con Cristo, giorno per giorno i momenti culminanti della sua passione e morte, per giungere con cuore rinnovato al mattino di Pasqua, che è sorgente di tutte le altre celebrazioni dell'anno. Infatti, tutte si riferiscono al mistero della Pasqua da cui scaturisce la salvezza nostra e del mondo per mezzo di Gesù Cristo che vivendo la sua Passione non ha guardato solo alla nostra povera condizione di uomini corrotti dal peccato, ma è andato ben oltre: "Egli ha preso su di se le nostre malattie, si è caricato delle nostre sofferenze (...). (...) è stato ferito per le nostre colpe, è stato schiacciato per i nostri peccati. Egli è stato punito, e noi siamo stati salvati. Egli è stato percosso, e noi siamo guariti. Noi tutti eravamo come pecore smarrite (...). Ma il Signore ha fatto pesare su di lui le colpe di tutti noi". (Parole tratte dal Libro della Bibbia del profeta Isaia. Capitolo 53; versetti: da 4 al 6).Le grandi celebrazioni della Settimana Santa sono:

- La Domenica delle Palme: in cui si fa memoria della passione del Signore Gesù. La liturgia di questo giorno solenne ha due momenti significativi:
1°=> la processione degli ulivi => ricordo dell'entrata festosa di Gesù a Gerusalemme ed espressione della nostra fede, mediante la quale riconosciamo in Gesù il Messia, il Signore e Re della nostra vita per mezzo dell'ascolto della sua Parola che è Parola di vita eterna al grido di giubilo: "Osanna, benedetto colui che viene nel nome del Signore".
2°=> la lettura dell'intero racconto della passione secondo l'Evangelista Matteo => la liturgia della Parola ci porta a contemplare il mistero della nostra redenzione nella sofferenza del Signore. La nostra salvezza non passa dalle vie trionfali, ma da un mistero di amore e dolore accolto e vissuto fino in fondo per ognuno di noi: Dio si è fatto uomo per poter com-patire con l'uomo ogni sofferenza portando in essa consolazione d'amore partecipante.

- Il Giovedì Santo. Si celebra:
1° => la mattina la c.d. Messa crismale . Il vescovo, con tutti i sacerdoti della Diocesi, benedice gli oli santi che verranno utilizzati, nel corso dell'anno, per le celebrazioni dei Sacramenti. essi sono:
- olio dei catecumeni => per il battesimo;
- olio degli infermi => per l'Unzione degli in fermi;
-crisma (olio + profumo)= > per il Sacramento della Confermazione e per il Sacramento dell'Ordine;
2° => la sera. Messa in Cena Domini caratterizzata dalla c.d. Lavanda dei Piedi. Con essa si fa memoria dell'Ultima Cena durante la quale il Signore, la vigilia della sua passione e morte, ha istituito il sacramento dell'Eucaristia e quello del Sacerdozio con i quali il Messia ha offerto e realizzato la più intima unione possibile tra la nostra e la sua vita. In quella stessa notte, Gesù ci ha lascito il comandamento dell'amore, prima di essere arrestato. Difatti, l'assemblea con il gesto umile della Lavanda dei Piedi è invitata a ricordare quanto il Signore fece ai suoi Apostoli: lavando loro i piedi proclamò il primato dell'amore che si fa servizio sino al dono di se.
- Il Venerdì Santo: giorno della passione e della crocifissione del Signore. Un Dio che non solo si fa uomo, non solo soffre per salvare l'uomo, ma muore per l'uomo. il Venerdì Santo è, dunque, giorno quanto mai propizio per ridestare la nostra fede, per rinsaldare la nostra speranza e il coraggio di portare ciascuno la nostra croce con umiltà, fiducia ed abbandono in Dio, certi del suo sostegno. In questo giorno la liturgia della Chiesa non prevede la Santa Messa, ma solo il percorso meditato da tutti i partecipanti, delle sofferenze di Cristo pregando per tutte le necessità della Chiesa e del Mondo, adorando la Croce e consumando l'eucaristia della Messa in Cena Domini del giorno precedente.
Importantissimo!!! Il Venerdì Santo tutti i fedeli con più di 14 anni e quelli tra i 18 e i 60, DEVONO, astenersi dalle carni di qualunque specie e cibarsi in maniera fugace e leggera in onore di Cristo Gesù morto e risorto per noi
Importantissimo!!! Il Venerdì Santo tutti i fedeli con più di 14 anni e quelli tra i 18 e i 60, DEVONO, astenersi dalle carni di qualunque specie e cibarsi in maniera fugace e leggera in onore di Cristo Gesù morto e risorto per noi
- Il Sabato Santo: I parte => il silenzio di preparazione alla veglia => la chiesa sosta presso il sepolcro del Signore, meditando la sua passione e morte in un profondo e fiducioso silenzio. Nella tradizione cristiana occidentale, il Sabato Santo è l'unico giorno senza celebrazione eucaristica ed è per questo che si suole dire è anche giorno del nascondimento di Dio, paradosso inaudito che noi esprimiamo nel Credo con le parole "disceso agli inferi" disceso dentro il mistero della morte. Tuttavia, siamo chiamati a vivere questo giorno nella fede che il Signore è vivente in mezzo a noi e con Maria preghiamo in attesa del glorioso evento della risurrezione. Grande importanza viene dato in questo giorno al sacramento della confessione indispensabile per riacquistare la grazia perduta a causa del peccato e così predisporsi a celebrare intimamente rinnovati la Pasqua.
Che il Sabato Santo, giorno di meditazione, silenzio e perdono ricevuto e donato, ci introduca nella veglia pasquale con animo e corpo indiviso protesi verso la vittoria di Cristo Gesù Signore nostro sulla morte del peccato.
- La veglia di preparazione alla Domenica di Pasqua =>Quattro grandi simboli caratterizzano la liturgia della notte della risurrezione:
a) => la luce: Cristo morto, ma risorto è la luce del mondo da cui dobbiamo attingere il significato della nostra vita e della nostra esistenza. In definitiva: il Verbo si è incarnato per dare significato alla nostra esistenza.
b) => la parola: le letture dell'Antico Testamento, che in quest'occasione verranno proclamate, sono un compendio della storia della salvezza. Consapevoli di ciò, la Santa Madre Chiesa medita quanto Dio ha operato nella storia di tutta l'umanità.
c) => l'acqua: fecondata dallo Spirito Santo, essa genera il popolo santo di Dio. Con i nuovi battezzati, presenti nell'assemblea, tutta la Chiesa fa memoria e rinnova nelle "promesse battesimali" la propria fedeltà al dono ricevuto e agli impegni assunti in un continuo processo di rinnovamento, conversione e rinascita.
d) => il pane e il vino: il popolo rigenerato nel Battesimo per la potenza dello Spirito di Dio è ammesso al convito pasquale che corona la nuova condizione di liberta e riconciliazione in Cristo risorto. In questo modo il Signore rimane sempre con i "suoi" perchè imparino a passare ogni giorno da morte a vita nella carità.
In Cristo Gesù nostro Signore, auguro a tutti un'ardente Pasqua di resurrezione!!!
lunedì 19 marzo 2012
San Giuseppe - Sposo della Beata Vergine Maria
di Mario Benatti
Patronato: Padri, Carpentieri, Lavoratori, Moribondi, Economi, Procuratori Legali.
Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall'ebraico
Emblema: Giglio
Martirologio Romano: Solennità di San Giuseppe, Sposo della Beata Vergine Maria: uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, fece da padre putativo al Figlio di Dio Gesù Cristo, che volle essere chiamato Figlio di Giuseppe ed essergli sottomesso come un figlio al padre. La Chiesa con speciale onore lo venera come Patrono, posto dal Signore a custodia della sua Famiglia.
Il nome Giuseppe è di origine ebraica e sta a significare “Dio aggiunga”, estensivamente si può dire “aggiunto in famiglia”. Può essere che l’inizio sia avvenuto col nome del figlio di Giacobbe e Rachele, venduto per gelosia come schiavo dai fratelli.
Ma è sicuramente dal padre putativo, ritenuto tale, di Gesù e considerato anche come l’ultimo dei Patriarchi, che il nome Giuseppe andò diventando nel tempo sempre più popolare. In Oriente dal IV secolo e in Occidente poco prima dell’XI secolo, vale a dire da quando il suo culto cominciava a diffondersi tra i cristiani.
Non vi è dubbio tuttavia che la fama di quel nome si rafforzò in Europa dopo che nell’Ottocento e nel Novecento molti personaggi della storia e della cultura lo portarono laicamente, nel bene e nel male: da Francesco Giuseppe d’Asburgo a Garibaldi, da Verdi a Stalin, da Garibaldi ad Ungaretti e molti altri ancora.
San Giuseppe fu lo Sposo di Maria Vergine, il capo della “Sacra Famiglia” nella quale nacque, misteriosamente per opera dello Spirito Santo, Gesù Figlio del Dio Padre. E orientando la propria vita sulla lieve traccia di alcuni sogni, dominati dagli Angeli che recavano i messaggi del Signore, diventò una luce dell’esemplare paternità. Certamente non fu un assente.
È vero, fu molto silenzioso, ma fino ai trent’anni della vita del Messia, fu sempre accanto al figliolo con fede, obbedienza e disponibilità ad accettare i piani di Dio. Cominciò a scaldarlo nella povera culla della stalla, Lo mise in salvo in Egitto quando fu necessario, si preoccupò nel cercarlo allorché dodicenne era “sparito’’ nel Tempio, Lo ebbe con sé nel lavoro di falegname, Lo aiutò con Maria a crescere “in sapienza, età e grazia”.
Lasciò probabilmente Gesù poco prima che “il Figlio dell’Uomo” iniziasse la vita pubblica, spirando serenamente tra le sue braccia. Non a caso quel Padre da secoli viene venerato anche quale patrono della buona morte.
Giuseppe era, come Maria Santissima, discendente della casa di Davide e di stirpe regale, una nobiltà nominale, perché la vita lo costrinse a fare l’artigiano del paese, a darsi da fare nell’accurata lavorazione del legno. Strumenti di lavoro per contadini e pastori nonché umili mobili ed oggetti casalinghi per le povere abitazioni della Galilea uscirono dalla sua bottega, tutti costruiti dall’abilità di quelle mani ruvide e callose.
San Giuseppe non è solamente il patrono dei padri di famiglia come “sublime modello di vigilanza e provvidenza” nonché della Chiesa universale, con festa solenne il 19 marzo.
Egli è oggi anche molto festeggiato in campo liturgico e sociale il 1° maggio quale Patrono degli artigiani e degli operai, così proclamato da Papa Pio XII. Papa Giovanni XXIII gli affidò addirittura il Concilio Vaticano II. Vuole tuttavia la Tradizione che Egli sia protettore in maniera specifica di falegnami, di ebanisti e di carpentieri, ma anche di pionieri, dei senzatetto, dei Monti di Pietà e relativi prestiti su pegno. Viene addirittura pregato, forse più in passato che oggi, contro le tentazioni carnali.
Che il culto di San Giuseppe abbia raggiunto in passato vette di popolarità lo dimostrano anche le dichiarazioni di moltissime Chiese relative alla presenza di sue reliquie. Per fare qualche esempio particolarmente significativo: nella Chiesa di Notre-Dame di Parigi ci sarebbero gli anelli di fidanzamento, il suo e quello di Maria; Perugia possiederebbe il suo anello nuziale; nella Chiesa parigina dei Foglianti si troverebbero i frammenti di una sua cintura. Ancora: ad Aquisgrana si espongono le fasce o calzari che avrebbero avvolto le sue gambe e i camaldolesi della Chiesa di Santa Maria degli Angeli in Firenze dichiarano di essere in possesso del suo bastone. È sicuramente un bell’“aggiunto” di fede.
Preghiera a San Giuseppe
A Te, o Beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione, ricorriamo, e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio, dopo quello della tua Santissima Sposa. Per quel sacro vincolo di carità, che Ti strinse all'Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio, e per l'amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, te ne preghiamo, con occhio benigno la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo Sangue, e col tuo potere ed aiuto sovvieni ai nostri bisogni.
Proteggi, o provvido Custode della divina Famiglia, l'eletta prole di Gesù Cristo: allontana da noi, o Padre amatissimo, gli errori e i vizi, che ammorbano il mondo; assistici propizio dal Cielo in questa lotta col potere delle tenebre, o nostro fortissimo Protettore; e come un tempo salvasti dalla morte la minacciata vita del pargoletto Gesù, così ora difendi la Santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità.
Estendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso, possiamo virtuosamente vivere, piamente morire e conseguire l'eterna beatitudine in Cielo. Amen.
giovedì 7 luglio 2011
Ecco come gli scenziati riducono il valore di Dio!
Ho risposto ad un'affermazione della scienziata Margherita Hack e intendo farne partecipi a quanti seguono il blog solo per evidenziare che non si può semplificare Dio con la morale, né giustificare la paura con il credere e diffondere la convinzione che Dio non esista!Ecco di seguito l'affermazione della Hack e quanto ho sostenuto come personale parere... discordante! Quanti vogliono, nel pieno rispetto delle loro idee, sono invitati a partecipare e ad esprimere il loror parere.
> Noi atei crediamo di dover agire secondo coscienza per un principio morale, non perché ci aspettiamo una ricompensa in Paradiso. -Margherita Hack -
> Risposta: A mio personale avviso la signora Hack è in grande errore... difatti è illogico fare qualcosa per comprarsi il Paradiso, giacché se è Dio il suo artefice la sua onniscienze non gli consentirebbe di essere banalmente raggirato con comportamenti che Egli conoscerebbe in anticipo essere falsi e interessati (è Dio, o no!? – Esiste o non esiste!?). Al contrario penso che la signora Hack abbia una grande paura della morte e debba giustificare la sua stessa consapevolezza di non poter spiegare tutto, ovvero che oltre l’evidenza c’è anche la trascendenza e come tutti quelli che hanno paura, banalmente, tende a discreditare ciò che non conosce (tanto poi si spiegherà …intanto sono più di 2000 anni che Gesù Cristo è ancora un mistero!!!) dicevo, a giustificare i propri comportamenti miscredenti con la morale che è solo una parte del rapporto con Dio (ma si dovrebbe ricordare alla signora Hack che anche chi delinque ha una morale … es.: “…non si toccano i bambini”!) ed infine le personalità come la scienziata tendono ad innalzare il più arcaico, primitivo e vecchio dei meccanismi di difesa della mente umana: la negazione! - Dario Vivis -
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